L’AQUILA – Fratelli contro al Comune dell’Aquila: è una notizia nella notizia quella che ha visto contrapposti davanti al Tar Abruzzo gli avvocati Francesco Saverio e Domenico De Nardis: il primo professionista privato, l’altro dirigente del settore Avvocatura dell’ente.

I due si sono confrontati in uno dei tanti ricorsi sulla ricostruzione che si stanno abbattendo sul Comune in merito ai ritardi nella concessione dei contributi sulla riparazione degli edifici “E” che vede quasi sempre l’amministrazione soccombere.

Solo negli ultimi giorni sono tre le sentenze dei giudici amministrativi che intimano al Comune di procedere alla definizione delle pratiche entro un termine oscillante tra i 30 e i 60 giorni, altrimenti la questione sarà affidata a un commissario ad acta, il cui compenso sarà a carico dell’amministrazione, che in almeno due casi è stata anche condannata al pagamento delle spese legali.

A fare giurisprudenza nel settore è stata una decisione del Tar del maggio 2011 fa nei confronti del Comune di Prata d’Ansidonia (L’Aquila) su un ricorso presentato da Paolo Costanzi, direttore del Consiglio regionale e in seguito divenuto consigliere comunale di opposizione del paese, istanza curata dall’avvocato Alessandro Piccinini.

Stanco di aspettare, Costanzi si era rivolto al Tribunale amministrativo che aveva obbligato il Comune a procedere senza indugi al rilascio dell’indennizzo entro i due mesi fissati dall’ordinanza 3790 del 2009, un termine fino ad allora considerato non perentorio.

Da quel momento, una pioggia di richieste è scrosciata sui tavoli dei magistrati che, in linea con il principio stabilito a suo tempo, stanno dando ragione ai proprietari.

Il Comune dell’Aquila, nelle costituzioni in giudizio, si difende sottolineando che l’istruttoria delle pratiche è delegata alla filiera Fintecna-Cineas-Reluis, la vera responsabile del ritardo.

“La normativa post-sismica qualifica il Comune come ente responsabile della sola erogazione dei contributi e indennizzi e susseguenti controlli, mentre, in maniera del tutto illogica, ha conservato in capo allo Stato il governo delle fasi procedurali preordinate alla determinazione delle somme dovute a tale titolo, suddividendo le operazioni istruttorie in tre diversi centri, individuati d’imperio senza alcuna intesa con l’ente locale, con cui l’autorità statale ha sottoscritto convenzioni di affidamento così lacunose da pregiudicare efficaci controlli e l’applicazione di sanzioni per i gravissimi e dannosissimi ritardi che tali soggetti notoriamente accumulano”, si legge nella memoria depositata per respingere le accuse.

Ma i giudici la pensano diversamente, e precisano che “la filiera assume una funzione di mero supporto interno rispetto all’istruttoria e alle conseguenti decisioni, che restano comunque di esclusiva competenza dell’ente civico procedente”.

E ancora: “una volta chiarito che gli enti in questione hanno un ruolo limitato a supportare il Comune, quest’ultimo deve intendersi il dominus dell’istruttoria, oltre che del provvedimento finale, ne consegue che spetta allo stesso ente civico di regolare, sollecitare e ove del caso di surrogare l’apporto tecnico che le strutture ausiliarie incaricate non dovessero rendere in tempi accettabili e compatibili con la durata intera del procedimento”.

Quindi la stoccata finale: “in ogni caso resta dovuta una leale attività di informazione al cittadino interessato sullo stato del procedimento e sulle ragioni del ritardo, senza che possa risultare tollerabile un silenzio continuato ben oltre i tempi a disposizione dell’amministrazione per definire la pratica”.

A voler dar ragione al Comune dell’Aquila, però, a questo punto non si comprende il motivo per il quale l’assessore alla Ricostruzione Pietro Di Stefano, nel corso di un incontro con Aldo Mancurti, braccio destro per gli aspetti tecnici del ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, abbia sollecitato il rinnovo della convenzione con la filiera stessa, definita “lacunosa e inefficace” e responsabile di “dannosissimi ritardi” in sede difensiva.

Situazione che diventerà ancora più esplosiva quando, pur con i provvedimenti firmati, i cittadini andranno in banca per aprire i conti corrente che non possono essere attivati perché il fondo da 2 miliardi della Cassa depositi e prestiti è esaurito e le somme ancora non vengono reintegrate.

La possibilità che si accumuleranno ritardi su ritardi è più che un’ipotesi e a subirne lo scotto principale saranno i cittadini, sempre più disorientati rispetto al rimpallo di responsabilità tra enti locali, governo e strutture tecniche.

Con una non trascurabile appendice per gli aquilani: i costi della giustizia saranno pagati con le casse comunali, cioè con i loro soldi. Alberto Orsini