L’AQUILA – C’è chi dice 13 mila (la questura), chi dice 26 mila (gli organizzatori). Ma in fondo, che importa quanta gente c’era a questo atto terzo di “Sos” (“Sospensione delle tasse, occupazione, sostegno all’economia”), stavolta intitolato “L’Aquila chiama Italia”.
Quello che conta è che ancora una volta, la terza, e per di più al freddo, e sotto una pioggia torrenziale, migliaia di aquilani hanno manifestato per la ricostruzione della loro città distrutta dal terremoto.
Quello che importa è che non ci sono stati scontri, e che i gruppi “no-qualcosa” provenienti da fuori regione, i “no-rifiuti”, “no-Tav”, “no-ponte” e così via, hanno sfilato ordinati e compatti dietro gli aquilani. Quello che conta è che non si sono visti simboli di partito, ma solo la bandiera neroverde.
Il che non significa che ci si debba nascondere dietro un dito: chi manifestava per la ricostruzione manifestava anche contro il governo, che male c’è a dirlo?, mentre la totalità degli esponenti politici intervenuti era di centrosinistra e questo qual cosa vorrà pur dire.
D’altronde erano stati invitati tutti, anche chi ha deciso di non esserci, come la Regione e la Provincia e, come ha argutamente fatto notare Gianni Lolli, “la colpa è di chi non c’è, non di chi c’è”.
Insomma alla fine il bilancio dell’evento in sé non può che essere positivo, e la ciliegina alla torta sfornata dai comitati e dal presidio permanente di piazza Duomo sarà un cospicuo numero di firme a sostegno della loro proposta di legge d’iniziativa popolare nei vari punti di raccolta che, va però detto, a posteriori potevano essere un po’ di più.
Quali saranno gli effetti concreti sulla ricostruzione e della sfilata e della raccolta firme poi è un altro discorso e solo il tempo potrà dirlo.
Il corteo è partito sotto un cielo che più nero non si poteva, e infatti la pioggia è cominciata a cadere di lì a poco, prima timida, poi a catinelle.
Il 16 giugno, sotto un sole che spaccava le pietre, si andò dalla villa comunale fino al casello dell’Aquila Ovest. Stavolta il percorso è stato al contrario, dalla periferia al centro, quasi per volersi riprendere il cuore della città.
Prima gli aquilani, con lo striscione “Macerie di democrazia” già reso celebre in tv da Annozero. Gente comune mescolata agli arrembanti esponenti dei comitati, poi le carriole, qualche consigliere comunale qua e là. Il sindaco Massimo Cialente, elegantissimo e con fascia.
I politici, praticamente tutti di centrosinistra. Stefania Pezzopane e il già citato Lolli, il vice segretario del Pd, Enrico Letta, poi la pattuglia dell’Italia dei valori: Antonio Di Pietro, con sciarpa neroverde cucita e donata da un’aquilana, Carlo Costantini, Augusto Di Stanislao, Alfonso Mascitelli. C’era pure il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, e il suo predecessore Franco Giordano.
Più giù le varie delegazioni “estere”: i gruppi contrari alla linea ferroviaria ad alta velocità, i comitati delle vittime della strage ferroviaria di Viareggio, gli abitanti di Terzigno in lotta contro le discariche, quelli contro il ponte sullo Stretto di Messina, i contrari al metanodotto Snam che coinvolgerebbe anche il “cratere”.
Qualche birra qua e là e un vago sentore di marijuana, cori, canti e musica. Insomma, tutto quello che ci può aspettare in un corteo, e soprattutto tutto in ordine, e senza fare casino.
Una fiumana di gente, saggiamente equipaggiata con ombrelli e giacche pesanti (tranne qualche fantasioso sprovveduto che ha portato la bicicletta), tanto che quando la testa del corteo è arrivata alla casa dello studente la coda ancora si trovava alla rotonda di viale Corrado IV, vicino alla gigantesca lavatrice del Magnotta-day, arricchita dallo striscione “Basta speculare sui nostri panni”.
Tanti gli aquilani, ma anche tanti gli intervenuti da fuori. Molti assistevano da punti precisi, via Roma, via XX settembre, e si sono aggregati al passaggio del corteo, manco fosse la Perdonanza. Si è rivisto anche un po’ di pubblico affollare i portici della Banca d’Italia: un’immagine d’altri tempi.
Al passaggio sotto il ponte di Belvedere è spuntato un altro mega striscione, stavolta scritto in verticale: “Riprendiamoci la città”, un altro refrain dei comitati cittadini.
A piazza Duomo il festone finale. Gli interventi sul palco, il vin brulé a fiumi, i caffè al bar Nurzia e la raccolta delle firme, il tutto tra l’animazione di gruppi folkloristici come la Titubanda, che hanno deliziato la platea fino alla fine.



