L’AQUILA – “Entreremo nei nostri locali, accenderemo le luci e metteremo la musica a tutto volume in segno di protesta. La gente deve vedere che noi ci siamo e che vogliamo riaprire, nessuno può impedircelo”.

Queste le parole di un infuriato Giuseppe Colaneri, titolare del negozio La Luna, tradizionale esercizio commerciale nel centro dell’Aquila.

Insieme a un corposo gruppo di negozianti, è stato costretto a chiudere provvisoriamente le sua attività dopo l’ormai arcinota ordinanza comunale che ha predisposto l’interdizione al pubblico del cuore della città dopo la scossa sismica di sabato 17 novembre.

“Ci avevano detto che avremo potuto riaprire giovedì scorso, poi hanno detto sabato, dopo ancora lunedì o martedì prossimo – continua Colaneri – Oggi, invece, ho avuto modo di parlare con il dirigente del Comune Vittorio Fabrizi, che ci ha riferito di essere all’oscuro sui controlli che si stanno svolgendo. Questo dimostra che ci stanno prendendo in giro”.

Quanto ai controlli sui puntellamenti avviati dopo la chiusura, “sto andando tutti i giorni nel mio negozio e non è mai passato neanche un vigile del fuoco, forse lavorano di notte?”, domanda sarcasticamente.

“Non ci dicono quando potremo riaprire, ci costringono a tenere le sarrande abbassate proprio a ridosso del Natale, quando potremmo lavorare di più e abbiamo i negozi pieni di merce. Vogliamo protestare molto civilmente, ma il nostro malcontento sarà reso pubblico a tutti con un’iniziativa da un forte impatto visivo e uditivo”: queste le parole di rabbia di un altro esercente.

“Adesso più che mai abbiamo bisogno di lavorare, ci devono far riaprire”, spiega il commerciante che non vuole comparire.

Gli esercenti hanno incontrato vice sindaco Roberto Riga. “Ci ha spiegato che stanno aspettando l’arrivo delle mantovane, (spioventi da montare sui palazzi per proteggere dalla possibile caduta di detriti, ndr), ma non ci crediamo più”.

“C’è stato anche detto che le nostre attività non rimarranno chiuse a lungo, ma la stima delle tempistiche, la cosa più importante non l’hanno detta”.

“Siamo arrivati alla frutta – conclude Colaneri – i nostri negozi li abbiamo rimessi in sesto con i soldi cacciati di tasca nostra, il comune non ci ha aiutato e adesso ci costringono a stare chiusi”.