L’AQUILA – Mercoledì 13 giugno 2012, alle ore 17, nel tendone di Piazza Duomo, l’Assemblea cittadina dell’Aquila incontrerà nuovamente gli studenti dell’Università La Sapienza di Roma, al secondo anno del corso di laurea in Scienza dell’Architettura. Gli studenti saranno accompagnati dal Professore, architetto Paolo Ivaldi, che li guida nel laboratorio di progettazione.

Dopo aver incontrato i cittadini aquilani ed aver ascoltato i loro bisogni, le loro istanze, i loro spunti, gli studenti hanno elaborato vari progetti per un centro servizi di quartiere, nel centro storico dell’Aquila.L’esperimento è quello di progettazione partecipata. A seguito, riportiamo una breve nota inviataci dal professor Ivaldi, in merito all’esperimento didattico.

UN ESPERIMENTO DIDATTICO DI PROGETTAZIONE PARTECIPATA Centro servizi di quartiere a Piazzale Paoli, L’Aquila

“A conti fatti, stringi stringi, è tutta una questione di potere. – si legge in una nota dell’Assemblea cittadina –  Il committente, nel senso quello che mette i soldi (pubblici o privati che siano, comunque non sono i suoi), sta bene attento a non condividere le decisioni, perché chi decide comanda. Però quasi sempre non si assume la responsabilità delle decisioni, perché questo siginificherebbe rispondere delle decisioni sbagliate. Chi ha potere non risponde di niente a nessuno. Quindi si “avvale” di una “expertease tecnica” che stabilisca con criteri “oggettivi” (cioè non politici, quindi non soggetti a discussione) cosa, dove, quando, chi”.

“Dall’altro lato, la categoria professionale esiste grazie al riconoscimento di questa expertease, che viene mantenuta in essere nel modo più esoterico: attraverso un insieme di codici pubblici, dichiarati, disponibili a chiunque, ma talmente complessi da richiedere anni di addestramento per essere compresi (non per niente la parola massoneria deriva da maçonnerie, “opera muraria”. In questo gioco delle parti l’utente, il destinatario dell’opera pubblica è tagliato fuori, non perché sia difficile accontentarlo, ma perché fa paura. Fa paura al decisore politico, perché mette in discussione la sua autorevolezza, e quindi la sua stessa ragione di esistere, e fa paura al tecnico, perché mette in discussione la sua competenza professionale, e quindi la sua stessa ragione di esistere”.

“Perché allora provare a cambiare questo stato di cose? Perché il “cittadino” porta con sé una competenza che nessun professionista può acquisire, neanche studiando decenni: che è quella del proprio vissuto. Questa competenza è non solo adeguata a rendere il progetto rispondente ai bisogni reali della comunità, e quindi necessaria al politico, ma è anche espressione diretta del “mandato” che la comunità conferisce al progettista, e quindi necessaria al tecnico, purché tecnico e politico siano così centrati e sicuri di sé da non veder messa in pericolo la propria identità”.

“E qui sta l’annoso pregiudizio sulla progettazione partecipata: che implichi la rinuncia alla modernità, intesa come “cifra stilistica”, continua ricerca del nuovo e dell’originale, sigillo di appartenenza alla ristretta cerchia dei detentori del sacro fuoco della creazione artistica. Questo esperimento parte da qui: da un’idea di architettura contemporanea come “capace di rappresentare l’uomo contemporaneo”, o meglio, di diventare la scenografia nella quale l’uomo contemporaneo rappresenta se stesso”.

“Sono convinto che l’unico modo di ottenere questo obiettivo ambizioso sia di essere disposti a “partecipare”, che significa entrare a far parte di qualcosa di comune, della quale io non sono che una parte, piccola o grande ma comunque necessaria. Perché l’esperimento funzioni è richiesto a tutti di prendersi la responsabilità del proprio ruolo, di cittadino, politico, progettista, contemporaneamente riconoscendo a ciascuno degli altri la propria autonomia e competenza”.

“Purtroppo è solo un esercizio didattico, destinato a restare sulla carta. Ci rimane la speranza di essere di ispirazione a chi le decisioni le assume quotidianamente, spesso sulla pelle degli altri. A loro vogliamo dire: il potere più grande è quello che abbiamo dentro, che non deve dimostrare nulla a nessuno, ma ci fa svolgere il nostro compito con determinazione e umiltà”.