L’AQUILA – “Sartre dice che ogni libro è un po’ come una trottola: comincia a girare solo quando entra in gioco il lettore, con i suoi occhi, i suoi dolori e i suoi ricordi. E Seta non è stato altro che il tentativo di far girare quella trottola, di portare in scena quel mistero che avviene, nella mente del lettore, mentre i suoi occhi corrono sul foglio”.

Con queste parole, la musicista Isabella Valeri descrive ‘Seta’, riadattamento musicale, nato da un’idea sua e della scrittrice aquilana Carmela De Felice, dell’omonimo e celebre romanzo di Alessandro Baricco, proposto, con successo, a Onna, frazione dell’Aquila distrutta dal sisma del 6 aprile 2009, nella struttura di Casa Onna. 

Il 22 agosto sarà di nuovo riproposto all’Aquila, a Murata Gigotti, dove, sempre tramite le voci di Carmela de Felice, Tiziana Gioia, Sergio Marziani e Stefano Taglienti, sarà possibile assistere ad una caratteristica rappresentazione sotto le stelle. 
Lo spettacolo è un gigantesco ipertesto fatti di incastri di parole e musica, dai brani inediti di poesia e di prosa, alle musiche di Astor Piazzolla, Sergio Endrigo, Mercedes Sosa, Fabrizio De André. 

“Direi che ‘Seta’ rende lo spettatore libero di immaginare – spiega ad AbruzzoWeb Valeri, descrivendo le motivazioni del successo – lo spettatore è chiamato a fare è chiamato ad uno sforzo di immaginazione, nel momento in cui vede ed ascolta un romanzo che, pagina dopo pagina, continua a parlare in terza persona”.

Come è nata l’idea dell’adattamento?

L’idea di realizzare questo spettacolo nasce tra un’aula universitaria e un treno qualunque, in partenza da Pescara Centrale. Tra la carne e la carta. Tra la realtà e il racconto di quella stessa realtà. Sartre dice che ogni libro è un po’ come una trottola; comincia a girare solo quando entra in gioco il lettore, con i suoi occhi, i suoi dolori e i suoi ricordi. E ‘Seta’ non è stato altro che il tentativo di far girare quella trottola, di portare in scena quel mistero che avviene, nella mente del lettore, mentre i suoi occhi corrono sul foglio. Pagina dopo pagina. A poco a poco, infatti, i personaggi di carta prendono forma, diventano stranamente familiari. E, anche se non sono mai esistiti né mai esisteranno, finiscono per assomigliarci terribilmente, come le città invisibili di Italo Calvino. Pian piano, il lettore si veste di quella storia; forse per essere altrove, forse per capirla un po’ meglio, la sua storia. E Seta non è altro che questo; il viaggio di un lettore che, su un treno qualunque, sorprende la sua storia dentro una storia lontana mille miglia. Una storia d’amore, di egoismo e di libertà. La storia di un uomo che, all’improvviso, sbatte gli occhi contro la fine del mondo.

Qual è stato quindi l’approccio al romanzo?

‘Seta’, come dicevamo, è il tentativo di vedere un romanzo, attraverso gli occhi di una donna che lo legge in silenzio, sul treno regionale 12202 partito a mezzogiorno in punto da Pescara Centrale. Gli occhi di donna da cui nasce questo adattamento però non sono due, ma quattro: i miei occhi e quelli di Carmela de Felice. Seta infatti nasce dallo sguardo di due donne, rispettivamente di 55 e di 26 anni, che, dentro lo stesso racconto, scelgono ciascuna una prospettiva diversa. Seta, infatti, è la storia di Hervè Joncour, un mercante di bachi da seta che, viaggio dopo viaggio, scopre quanto possa essere grande e bugiardo l’amore. Ogni volta parte, lasciando dietro di sé sua moglie Helene. Ogni volta torna, lasciando in Giappone una parte di se stesso che ancora non conosceva: una lentezza, una capacità di ricevere e tacere. Il romanzo di Baricco, dunque, racconta il viaggio di un uomo che, ogni volta, scopre e rinnega se stesso. L’adattamento racconta quello stesso viaggio, visto però con gli occhi non solo di Hervè ma anche delle due donne che egli ama. In questo adattamento, dunque, due donne immaginano le parole e i gesti delle due donne del romanzo: di Helene, quella moglie che ha promesso l’amore e che lo aspetta, viaggio dopo viaggio. Di una donna senza nome che, per caso, sorprende l’amore negli occhi di uno sconosciuto. 

Sembra un esperimento continuo.

Esatto, uno spettacolo continuamente in bilico tra la realtà ed il racconto. Non appena il treno regionale parte dalla stazione di Pescara Centrale il romanzo prende vita, nella mente della donna che lo legge. Prende vita Hervè attraverso la voce di Sergio Marziani. E prendono vita le due donne che Hervè ama, attraverso le voci di Carmela De Felice e Tiziana Gioia. Il romanzo, però, non viene soltanto raccontato ma viene anche portato in scena; i personaggi, infatti, prendono corpo nei gesti di Isabella Valeri e Stefano Taglienti. Nello spettacolo, dunque, il piano del racconto e quello della rappresentazione si giustappongono e si sostengono vicendevolmente. Seta è un vero e proprio viaggio, di musica e parole. Il romanzo di Baricco diventa infatti come un gigantesco ipertesto, in cui vanno ad inserirsi brani inediti di poesia e di prosa e brani musicali, da Mercedes Sosa a Fabrizio De André, da Andrea Parodi a Johnny Cash. 

Cosa rappresenta invece per voi che lo avete realizzato?

Ho sempre pensato che un racconto serva a mettere ordine, dentro e fuori di noi. Tutti noi ci portiamo dietro una storia, che sta alla base dei nostri gesti, delle nostre scelte e delle nostre rinunce. Le azioni, spesso, sono solo una conseguenza di questa storia che nascondiamo dietro un vestito nuovo. Seta, dunque, non è altro che questo: il tentativo di raccontare una storia senza raccontarla mai. Perché la verità o si tace o si racconta. Sottovoce. Controluce. La storia che vogliamo raccontare, la puoi sorprendere già nell’immagine della locandina. Guardala, prima rapidamente, poi con sempre maggiore attenzione. C’è una donna, nella locandina, che tiene in mano un oggetto. È una donna ragazzina, come quella di cui parla Baricco. Guardandola velocemente, in un manifesto al bordo della strada, ti sembrerà che abbia in mano una carta da gioco, o un ventaglio, come la donna di cui parla Baricco. Se la guardi da vicino, tiene in mano una mattonella scheggiata. Questa icona, realizzata da Erman Izzi, che ringrazio di cuore per la sua umanità e professionalità, si inserisce in un progetto chiamato “I’m not that”, “Io non sono questo”. Questa frase mi ha colpito terribilmente e mi ha portato ad interrogarmi su me stessa, sul mio rapporto con gli oggetti, soprattutto con quelli che non mi appartengono e non mi assomigliano. Io non sono questo. Questa frase continuava a ronzarmi in testa. Mi ha sempre affascinato il concetto del “non essere”; perché il non essere, spesso, è qualcosa che è stato e che, per qualche ragione, abbiamo rifiutato, rinnegato, sorpassato, sostituito. Nella foto, dunque, ho scelto di nascondermi, in parte, dietro un oggetto che “non sono”, un oggetto che non mi assomiglia e che, nello stesso tempo, è alla base dei miei gesti, delle mie scelte, del mio cambiamento. Proprio quella mattonella scheggiata è il vero e proprio simbolo dello spettacolo, nonché del messaggio che è sotteso ad esso. Perché la vita ti scheggia, non ti rompe. E tu, all’improvviso, ti trovi a sopravvivere. A un fallimento, a un amore, alla tua vita di ieri che all’improvviso si sbriciola. Ti trovi a scegliere se perdere o perdonare, nel tuo giorno di dolore. Perché, tra perdere e perdonare, è un attimo.

Quanto ha a che fare, nei fatti, con il romanzo di Baricco?

Questo adattamento mantiene e rispetta l’ossatura del romanzo di Baricco, i suoi personaggi ed i suoi snodi fondamentali. Il libro si apre.  Prendono vita Hervè Joncour, Baldabiou, Helene. Baldabiou parte, chissà per dove. Helene muore, senza nemmeno accorgersene. Hervè continua a vivere i suoi anni dentro un’enigmatica serenità, che forse è rassegnazione, forse rimpianto o forse, chissà, memoria. Il libro si chiude. Il viaggio di Hervè termina. E proprio allora inizia un altro viaggio: il viaggio di una donna. Quella donna senza nome che Hervè aveva amato in Giappone e che, in un giorno di ottobre, si mette in viaggio dalla fine del mondo. Come dice Baricco, la fine del mondo è quando hai ottomila chilometri dietro le spalle e, davanti agli occhi, il niente. È un pantano in cui tutti, prima o poi, si trovano. Il nostro racconto, dunque, continua laddove il libro di Baricco termina e mette al centro della scena proprio quel personaggio che, nel romanzo, non prende mai la parola. Quella donna che, all’improvviso, capisce che tornare indietro si può; per amore, per dolore e per meraviglia.
Qual è stato il risconto del pubblico aquilano?

Per prima cosa, desidero ringraziare di cuore  tutti coloro che hanno partecipato; senza di voi quella famosa trottola di cui parlavamo prima non avrebbe mai avuto occasione di girare. Grazie per la vostra presenza, grazie per la generosità con la quale vi siete messi in gioco con noi. Seta, infatti, è uno spettacolo che rende lo spettatore libero e, nello stesso tempo, responsabile. Lo rende libero di immaginare, sopra un palco quasi vuoto, un paesino sperduto nella Francia del 1861, il Giappone, lo sguardo di Hervè quando, all’improvviso, sbatte contro la fine del mondo. Lo rende libero di immaginare, a partire da un semplice attaccapanni color oro, la voce bellissima di Helene, gli occhi grandi di una donna ragazzina, le mani di Hervè e la stecca da biliardo di Baldabiou. Nello stesso tempo, lo spettacolo rende lo spettatore responsabile, dal momento che evoca, non rappresenta. Lo spettatore è chiamato ad uno sforzo di immaginazione, nel momento in cui vede ed ascolta un romanzo che, pagina dopo pagina, continua a parlare in terza persona. Le due date aquilane sono state per noi tutti un’emozione forte e, personalmente, hanno rappresentato un momento molto delicato. Ho sempre pensato che il dolore e la meraviglia vadano raccontati sottovoce, con rispetto. Per questo ho scelto il filtro della letteratura e della musica. Perché, come dice Baricco stesso, non sei mai fregato veramente fino a quando hai una buona storia da raccontare e qualcuno a cui raccontarla. E noi tutti, in questa città, abbiamo da raccontare una storia collettiva, e tante, tante storie individuali, che meritano attenzione, rispetto, musica e parole. Come dice Baricco stesso, il racconto ti salva dall’indifferenza e ti rende padrone di una storia. Una storia che è solo una vecchia storia, quella di Hervè Joncour e di un paese sperduto nella Francia del 1861. O forse no.