PESCARA – “Non azzarderei se affermassi che il numero degli infermieri formatisi e laureatisi in Italia e poi emigrati solo qui in Inghilterra rasenti le 10 mila unità. È un dato che sgomenta e fa riflettere. Nemmeno se venissimo assorbiti tutti in massa ed in un giorno solo nel nostro Servizio sanitario nazionale riusciremmo a colmare le disastrose lacune di personale che stanno lentamente ed inesorabilmente portando il sistema pubblico vicino al collasso, come in molti prevedono accadrà nei prossimi anni, a meno che non si adotti una decisa inversione di rotta ma non privatizzandolo, come presumo sia nella testa di molti amministratori pubblici!”.
Questo un passaggio di una lettera scritta da Luigi D’Onofrio, infermiere pescarese dello staff Nurse Moorfields Eye Hospital di Londra, emigrato per necessità professionali e di vita come lui stesso ammette, alla sezione di Pescara del Nursind, il sindacato delle professioni infermieristiche.
“Leggendo pubblicazioni online – scrive D’Onofrio – noto che da alcuni mesi fa tendenza parlare della pletora di infermieri italiani che stanno abbandonando le patrie corsie ospedaliere per raggiungere obiettivi di lavoro e carriera in altre nazioni, prevalentemente in Inghilterra, Germania e Svizzera. Molti giornali se ne sono già occupati, ma ho notato tuttavia che ogni articolo ha affrontato la tematica da un solo punto di vista: quello degli infermieri Italiani che lanciano un’occhiata al sistema sanitario inglese ed operano paragoni con il nostro. Io vorrei invece offrire una prospettiva completamente differente ed atipica”.
“Sono infatti un emigrante di nuova generazione – prosegue – uno tra i tanti professionisti laureati che ha messo in valigia competenze ed esperienze e si è stabilito da un anno e per un tempo indefinito nel Regno Unito per realizzare quelle aspettative professionali a lungo negatemi in Italia e soprattutto nella mia terra natìa, l’Abruzzo. Siamo in tanti, tantissimi. Le ultime statistiche ufficiali, prevenute dal registro UK, il Nmc, parlano di 2.500 infermieri di nazionalità italiana, ma gli iscritti alla più popolare pagina di Facebook in materia sono oltre 4.500, quindi si tratta di cifre approssimate per difetto e comunque in costante evoluzione. Non considero infatti nel conto tutti i colleghi che, frenati da una scarsa conoscenza dell’inglese, hanno comunque deciso di espatriare per cimentarsi in mestieri per i quali non è richiesta una approfondita conoscenza linguistica, come l’health care (più o meno l’equivalente del nostro Oss, se non addirittura il barista od il cameriere”.
Ma, lamenta D’Onofrio, “le nostre prospettive di ritorno sono complesse e travagliate. Abbiamo molte barriere da varcare e quella doganale è la più semplice di tutte. Il nostro ritorno è infatti possibile solo una volta superati gli ostacoli economici e culturali che rendono oggi drammatico anche l’inserimento di chi è rimasto in patria. La realtà, infatti, non è che in Italia manca il lavoro, o meglio le opportunità di lavoro. Mancano i datori di lavoro, le persone che sanno far lavorare altri. Abbiamo manager, ma non dirigenti in grado di far lavorare e costruire il successo di un’azienda sanitaria nel tempo, formando e valorizzando personale qualificato”.
Mi perdonino il paragone gli appassionati di calcio: abbiamo un’Italia di Mourinho, di gente che costruisce una squadra in poche settimane reclutando persone dappertutto e ponendosi obiettivi a breve termine, mai nel lungo periodo.
Almeno loro provano ad attrarre giocatori con elevate qualità sfruttando le cascate di soldi messe a loro disposizione ma imprenditori miliardari. +
Da noi si pensa solo a tappare buchi.
Quanti bravi colleghi ho visto abbandonare un posto di lavoro solo perché il contratto era scaduto e non era più fiscalmente conveniente convertire il loro contratto in uno a tempo indeterminato!
Per non parlare dell’ormai obsoleto sistema dei concorsi pubblici, che nella mente dei Padri Costituenti avrebbe dovuto permettere di scegliere i più preparati e meritevoli in modo trasparente, mentre succede oggi di assistere a preselezioni oceaniche in palazzetti strabordanti di giovani con lo zainetto pieno di manuali e di belle speranze.
Ultimamente ci si ritrova poi a pagare tasse di selezione senza avere la certezza che il concorso effettivamente si svolgerà, o verrà organizzato in breve; a prove truccate e finite nel mirino della magistratura; ad assistere professionisti di grande esperienza che rispondono a quiz di cultura generale insieme a ragazzi neolaureati, mentre sarebbero già capaci di dirigere interi reparti), solo perché sognano di rientrare nella loro terra, ma magari la mobilità è impossibile o bloccata da anni.
Io invece non ho sostenuto nessun concorso.
La mia assunzione è stata decisa in tre intensissimi quarti d’ora di colloquio con tre dirigenti infermieristiche dell’ospedale pubblico in cui mi sono ritrovato ad essere dipendente di ruolo, il Moorfields Eye Hospital di Londra, il più grande e noto ospedale oculistico del mondo.
È stato dal momento del mio inserimento, accuratamente guidato, che ho dovuto iniziare a dimostrare il mio valore e la mia capacità di fronte ai miei colleghi ed ai miei manager.
Non credo finora di aver sfigurato: il mito della grande Florence Nightingale, la “dama con la lanterna” che proprio in Inghilterra ha ideato la moderna professione infermieristica, è in quanto tale un mito che ai giorni nostri sopravvive conservando solo un fondo di verità: l’infermiere italiano non ha affatto competenze inferiori quello inglese ed anzi il suo livello di preparazione, specialmente dal punto di vista tecnico è mediamente più elevato di quello di molti colleghi extraeuropei.
Noto spesso, ad esempio, gli sguardi sorpresi di colleghi quando affermo che in Italia la figura del flebotomist, cioè dell’infermiere specialista addetto al prelievo del sangue od all’incannulamento, non esiste e che anch’io svolgevo regolarmente e quotidianamente questa prestazione: qui in Inghilterra è richiesto il superamento di un training (della durata di un giorno!) che non sempre l’ospedale (a meno che non ne abbia immediata necessità) consente di seguire gratuitamente.
Paese che vai, paradossi che incontri.
Non sarà un caso, quindi, se nel regno Unito si stanno reclutando principalmente italiani ma anche spagnoli, che vantano una preparazione universitaria simile alla nostra.
Anche il sistema sanitario della Corona non può ancora, a mio parere, considerarsi superiore al sistema sanitario nazionale, nonostante le mutilazioni subite da quest’ultimo in anni recenti.
Ma qui sta la vera differenza: l’Inghilterra sta investendo nella sanità pubblica, destinando ad essa ancora più risorse (+10% nei prossimi cinque anni), ottimizzando le spese senza tagliare servizi, incrementando e formando più accuratamente il personale sanitario, ricercato disperatamente in tutto il mondo, nonostante il fabbisogno lavorativo sia stimato in 20 mila infermieri, circa un terzo di quello italiano e nonostante si stiano cominciando a porre paletti più severi, come il superamento di test di conoscenza della lingua inglese.
Tutto il contrario di quanto avviene da noi, dove si risparmia e si taglia alla cieca invece di investire, soprattutto sulla forza lavoro, non consapevoli (o forse sì?) che in un periodo di 3-5 anni una politica così miope determinerà organici drammaticamente insufficienti ed insufficientemente preparati.
Purtroppo si persiste su questa scia, nonostante recenti direttive europee ci costringano ad assumere migliaia di unità per rispettare regole sull’orario di lavoro violate in anni di blocco del turnover, che hanno portato gli infermieri e tutto il personale sanitario a coprire turni massacranti.
Il sistema lo fanno le persone, non le strutture o le apparecchiature diagnostiche tecnologicamente avanzate.
Qui in Inghilterra, ora, anche gli Italiani stanno contribuendo alla costruzione di un sistema sanitario sempre più avanzato, mentre in Italia perfino i Collegi Ipasvi incentivano all’espatrio, pubblicando
offerte di lavoro di agenzie straniere e perfino stringendo accordi di cooperazione con esse (come il Collegio Ipasvi di Chieti), invece di prodigarsi presso le nostre istituzioni per promuovere assunzioni e concorsi in loco!
Trovo queste iniziative francamente vergognose ed invito in primis alcuni dirigenti e rappresentanti della categoria infermieristica a trascorrere una (lunga) esperienza di lavoro all’estero, lasciando il posto ad altri colleghi più propensi ad invertire la rotta dell’emigrazione.
Mi si perdoni il lungo sfogo, ma di storie ne ho già da raccontare tante e comunque la vita dell’emigrante non è semplice, nonostante una città come Londra sappia addolcire l’amara pillola di chi non sa se e quando tornerà a casa.
L’Italia resta sempre nel cuore di tutti noi ed è ad essa che guardiamo ogni giorno, con speranza dura a morire.



