L’AQUILA – “Rallentatori per ridurre la velocità, segnaletica che ricordi ‘qui è morto qualcuno’, una zona a 20 km/h per almeno due settimane”.

Sono alcune delle misure richieste avanzate da Fiab -Federazione italiana ambiente e bicicletta – all’Amministrazione comunale dell’Aquila, a seguito dell’ennesimo investimento in città, l’ultimo registrato nei giorni scorsi in zona Torrione.

All’Aquila, ricorda la Fiab, esiste una Task Force per la sicurezza stradale, “finora poco incisiva, e un Piano Comunale di Sicurezza Stradale adottato e approvato, di cui attendiamo i primi effetti concreti. Il risultato, nel frattempo, è sempre lo stesso: morti dimenticate e strade che rimangono pericolose”, viene evidenziato.

Un’iniziativa che si era resa necessaria a seguito dei numerosi incidenti, anche mortali, che hanno destato clamore mediatico, sulle strade più trafficate della città, in particolare lungo viale Corrado IV. (Qui il link)

“Come suggerisce il ricercatore Kevin Krizek – continua la Fiab, dopo ogni incidente grave dovremmo intervenire immediatamente sulla strada con misure temporanee: rallentatori, segnalatica, velocità ridotta. L’obiettivo è rendere visibile il pericolo, far sì che chi passa, chi guida, chi amministra, veda con i propri occhi cosa significa una strada pericolosa. È un’azione shock, ma necessaria per rompere il silenzio, coinvolgere la comunità e spingere le istituzioni a cambiare. Alle istituzioni, del resto, basterebbe copiare gli innumerevoli esempi virtuosi già esistenti in Italia e in Europa”.

Quindi, le proposte della Fiab per L’Aquila: “che l’Amministrazione Comunale attui il PCSS adottando il modello Vision Zero; che vengano condotte indagini approfondite dopo ogni incidente, non solo per le assicurazioni, ma per comprenderne le cause strutturali; che si sostengano interventi temporanei post-incidente per sensibilizzare e testare soluzioni; che la comunità venga coinvolta nelle decisioni sulla mobilità, perché le strade sono di tutti; che la violenza stradale venga riconosciuta per quello che è: una crisi sanitaria”.

“Un recente rapporto dell’Urban Cycling Institute (Amsterdam, gennaio 2026), presentato durante il Cycling Research Board Conference, ci ricorda una verità scomoda: la violenza stradale non è un ‘incidente’, è una crisi sanitaria pubblica. Eppure, in Italia e in molti altri paesi, continuiamo a trattare ogni morte e ogni ferimento come eventi isolati, da attribuire a ‘distrazione’, ‘velocità eccessiva’ o ‘mancanza di attenzione’. La colpa è sì del conducente, e non vogliamo assolvere chi guida in modo irresponsabile, ma il principale imputato è il sistema che ha progettato le strade per le auto, non per le persone”, viene sottolineato.