L’AQUILA – Batte un cuore abruzzese nella città congolese di Goma, 250 mila abitanti, di cui la maggioranza poverissimi, che ancora paga gli effetti del genocidio del Ruanda, col quale confina, e della prima e seconda guerra del Congo.
Sarà inaugurato ad agosto, infatti, “Kwetu-Gli amici di Francesco”, centro di raccolta e smistamento di beni di prima necessità, medicinali e cibo, che sta realizzando l’associazione Help senza confini, animata da Francesco Barone, professore all’Università dell’Aquila che da vent’anni porta avanti progetti umanitari in Africa.
La struttura, di circa duecento metri quadrati, sta sorgendo in un quartiere periferico di Goma, tra i più poveri della città.
Barone, che nel febbraio scorso ha rilanciato il drammatico appello alla comunità internazionale che gli ha consegnato il premio Nobel per la Pace 2018, Denis Mukwege, che ha denunciato una catastrofe umanitaria in atto in Congo, con centinaia di migliaia di donne violentate, oltre quattro milioni di sfollati e sei milioni di morti, in questi giorni accompagna in Italia Bienvenu Kasole, referente dei progetti umanitari nel paese africano.
Esemplare la sua storia: 43 anni, ha studiato all’Università di Roma Tre dove si è laureato in Scienze politiche, prima di tornare in Congo dove possiede una piccola ditta edile che sta realizzando proprio il centro che sta sorgendo grazie alla generosità italiana. Per mantenersi in Italia, ha lavorato come cameriere, portiere e raccoglitore di pomodori in Puglia.
Ha collaborato con Un mondo a colori su Rai Tre, ha fatto parte di molte missioni con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati e con il Consiglio italiano per i rifugiati. “Ho deciso di tornare perché avevo il sogno di poter fare qualcosa per il mio popolo – racconta – di portare l’esperienza e la cultura italiana”.
Insieme a Barone, sta girando l’Abruzzo e il resto della Penisola per una serie di incontri coi sostenitori degli interventi, grazie ai quali si sta finanziando anche la realizzazione del centro di raccolta, e martedì scorso a Roma, presso la comunità di Sant’Egidio, ha incontrato lo stesso Mukwege.
“Stiamo sostenendo orfanotrofi, un centro che ospita ex bambini soldato, bambini di strada, anziani, famiglie poverissime, bambini ospedalizzati impossibilitati a pagare le spese sanitarie”, spiega Barone.
“Scatterà una gara di solidarietà per la raccolta di beni da destinare al centro, il vero miracolo – spiega il prof – sarebbe la costruzione di un pozzo, ma andrebbe fatto un sondaggio geologico perché il terreno è roccioso quindi si rischia di scavare invano”.
“Ma il pozzo”, gli fa eco Kasole, “garantirebbe l’acqua a diecimila persone che oggi percorrono quattro chilometri a piedi con le taniche. E in molti casi a farlo sono i bambini, perché per la nostra cultura sono i più piccoli, anche se vanno a scuola, a dover adempiere a questi compiti”.
“Il rischio per i ragazzini è anche di morire, perché quando vanno a cercare l’acqua possono annegare nel lago non sapendo nuotare – aggiunge – . Inoltre, l’acqua non è potabile, quindi va fatta bollire in casa prima di poter essere utilizzata”.
E Barone, ricorda di aver contratto la schistosomiasi per aver fatto il bagno nel lago Kivu, che bagna la città di Goma.
“Mukwege è rimasto molto contento del lavoro che stiamo facendo sulla divulgazione del documento sulla pace”, chiosa il prof, ringraziando anche Rachel Njovu, che coordina i lavori in Congo insieme a Kasole. (m.sig.)





