PESCARA – Ormai da più di una settimana, malgrado le temperature basse, sulla città di Pescara regna sovrano il sole, ma i danni provocati dalle forti piogge che hanno causato l’alluvione sono ancora molto evidenti.

Il fiume Pescara torna lentamente alla normalità nonostante gli argini sono distrutti, i danni sono ingenti e sicuramente ci vorrà del tempo prima che si possa risolvere la situazione. Tra chi ha sofferto di più gli effetti dannosi di quest’alluvione c’è un uomo che ha avuto il coraggio di rimboccarsi le maniche e ricostruire da zero la sua attività letteralmente sradicata dalla furia delle acque.

Oberdan Caposano, 55 enne di origine venezualana, pescarese nel cuore, da anni gestisce del famoso rimessaggio per barche ‘L’àncora’.

Un uomo positivo, cordiale, che non riesce a provare rabbia neanche per quel fiume amico con cui passa gran parte della sua vita, che conosce bene e che nei giorni di pioggia insistente, prima della piena, ha sempre monitorato dando notizie agli altri, soprattutto a chi lì aveva ancora la sua barca ormeggiata e che lui ha cercato di salvare, riuscendoci. Malgrado il disastro definisce il Pescara come“l’amico fiume”che non riuscirà mai ad odiare, anzi con cui è sicuro, tornerà presto a lavorare.

Oberdan si è rivelato commosso dalla grande solidarietà che gli è stata dimostrata dalle persone che si sono offerte di aiutarlo di fronte all’emergenza: decine e decine di persone negli scorsi giorni si sono munite di attrezzi per togliere il fango nel nome dell’amicizia e del rispetto e dunque per permettergli di ricominciare con la sua attività; egli stesso ammette che in certi casi bisogna contare sulla propria forza di volontà, e sull’aiuto degli amici e non attendere che le istituzioni siano comprensive.

Del mitico pontile di Oberdan non è rimasto più nulla: era una piattaforma sempre colma di persone che  si trovava sulla golena nord del fiume, punto di ritrovo di ciclisti, di curiosi, di amanti del mare di amici che s’intrattenevano sino a tarda notte, soprattutto d’estate per lunghe cene a “tu per tu” con il mare; ciò che ne rimaneva è stato rimosso definitivamente il 5 dicembre sotto gli occhi di tanti pescaresi che hanno visto, con i suoi resti, andare via una parte autentica di Pescara.

Signor Oberdan, come vanno le cose dopo la tempesta?

Diciamo che andiamo avanti. Ci diamo molto da fare.

Lei ha monitorato per tutto il tempo il fiume, prima dell’alluvione si era accorto che sarebbe accaduto il peggio?

Purtroppo avevo un grande timore e sentivo che sarebbe accaduto qualcosa, non pensavo a questo livello però. Ed è semplice spiegare cos’è accaduto, molti sottovalutavano la situazione. I primi giorni di novembre, se non ricordo male, ha nevicato tanto nel circondario. Gli affluenti che fanno gonfiare maggiormente il fiume Pescara arrivano dalla zona del Parco Sirente, dopo tutta quella neve è uscito il sole e la neve s’è sciolta venendo a valle, provocando il disastro.

Era stata data la colpa inizialmente all’apertura della Diga di Alanno.

Si, ma erroneamente! Io ero a contatto con gli uffici della Protezione civile dell’Aquila che monitora i fiumi della Regione. Posso garantire che addirittura la Diga di Alanno era sotto il livello di guardia perché nei giorni precedenti, prevedendo che potesse arrivare una quantità d’acqua grossa, la stessa Protezione civile aveva provveduto con delle aperture controllate, io me n’ero accorto perché nel fiume c’era abbastanza corrente. Sono stati tutti gli affluenti a gonfiare il Pescara.

E quando lei ha capito che sarebbe accaduto qualcosa cos’ha fatto?

Io nel mio ormeggio ero ancora pieno di barche, dunque dovevo occuparmi di loro. Le ho salvate togliendone fino a sette al giorno, ma non sono riuscito a salvare la mia struttura purtroppo. Un tronco enorme ha alzato il pontile, sollevandolo dalle guide e quindi ha fatto il danno; il pontile completo era lì dal 2001. Ad avvisarmi che la struttura era stata sradicata c’ha pensato un mio cliente che gettando l’occhio sul pontile non ha potuto far a meno di chiamarmi, per raccontarmi in diretta cosa stava succedendo.

Il lavoro di una vita portato via dalla furia delle acque: cos’ha provato in quel momento?

Se mi avessero dato una coltellata mi avrebbero fatto meno male. Tra l’altro sul pontile c’era tutto, anche un sofisticato sistema di sorveglianza che avevo installato lo scorso anno e mi era costato molto. Distrutto pure quello.

Però la reazione c’è stata.

Devo reagire! Non mi posso fermare perché altrimenti è la fine, quel pontile era la mia vita, il mio lavoro. Io nella sventura cerco sempre di trovare il lato positivo: intanto la disgrazia è successa all’inizio di dicembre, quindi ho tutto l’inverno per rimettermi in sesto. Poi un altro aspetto postivo su cui tra amici scherzavamo sempre è che nel punto in cui era situata L’àncora, i fondali sono molto bassi, quindi non vengono mai a pulire e solo una piena paradossalmente poteva ripulire la zona. Ed è successo. Comunque se ci si abbatte la fatica è doppia.

Ha presentato una domanda di risarcimento per i danni subiti?

Si l’ho fatta anche esortato da amici e parenti, ma onestamente non ci conto per niente, quindi faccio da me, mi rimbocco le maniche e cerco di andare avanti con le mie possibilità.

Chi la sta aiutando in questo momento?

Tutti, ho sentito attorno a me una grande solidarietà e in tantissimi si sono offerti di aiutarmi. Sarò sincero: non ho potuto accettare l’aiuto di tutti quelli che me l’hanno proposto, erano davvero troppi. Molto spesso non ci rendiamo conto che siamo circondati da persone che ci vogliono davvero bene.