L’AQUILA – Non c’è pace intorno al campus universitario Giulia Carnevale di Pizzoli (L’Aquila). La struttura che doveva ospitare già dal 2010 a prezzi calmierati 256 studenti universitari è ancora alle ortiche a causa di un processo per un presunto abuso urbanistico, attivato da un esposto di Italia Nostra e della Soprintendenza, che nella sentenza di primo grado ha però visto assolvere tutti gli imputati e portato al dissequestro del complesso.
Sei anni dopo ci sono così ancora oltre 100 malcapitati studenti che attendono di riavere indietro somme anticipate per la prenotazione del campus, richiesti alla Ser Italia, la società che ha realizzato l’intervento, amministrata da Giulio Carnevale, uno degli assolti, e padre di Giulia, morta sotto le macerie la notte del 6 aprile 2009, a cui il campus è intitolato.
Contattati da Abruzzoweb sia gli studenti, difesi dall’avvocato dell’Unione degli universitari (Udu) Michele Bonetti, che Giulio Carnevale, si ritengono però entrambi parte lesa, pur schierati su fronti opposti.
Il sindaco di Pizzoli Gianni Anastasio si arrovella infine per trovare una destinazione d’uso credibile al Campus, che giustifichi un ulteriore investimento di 3 milioni di euro per completarlo.
Con l’appoggio dell’Udu dell’Aquila, gli studenti hanno diffidato già dal novembre 2010 la società Ser Italia srl a restituire i soldi di quelle che loro ritengono essere vere e proprie caparre.
Da qui l’avvio di un’azione legale con tanto di decreti ingiuntivi.
“A fare causa civile – aggiorna la situazione l’avvocato Bonetti – sono stati una quindicina di ragazzi, buona parte dei quali hanno ottenuto ragione, ma non riusciamo ancora a riavere il dovuto, nonostante i decreti ingiuntivi”.
Altre cause sono state invece perse. “Resta il fatto che la società Ser Italia srl – spiega Bonetti – non possiede nulla, dunque i nostri decreti ingiuntivi non hanno avuto ad oggi buon esito”.
L’Udu parallelamente si è anche costituita parte civile nel processo della presunta irregolarità urbanistica, al fine di ottenere il risarcimento anche a favore di un centinaio di studenti che hanno aderito, per danni morali e materiali.
Ma come detto il giudice Giuseppe Grieco ha assolto con formula piena in primo grado tutti gli imputati, tra cui Carnevale. E i reati di lottizzazione abusiva, mancato rispetto dalle distanze rispetto al fiume Aterno, deturpamento, sono pressoché prescritti, il che non impedirebbe comunque un ricorso in appello. Le speranze per le parti civili di ottenere il risarcimento sono però ridotte al lumicino.
Gli studenti in compenso hanno già ricevuto a partire da ottobre 2015, una lettera dall’Agenzia delle Entrate dell’Aquila in cui si chiede di provvedere al versamento di 176 euro di “imposta registro”, relative alle spese legali.
Emblematica la storia di Giacomo Lamonaco, all’epoca studente fuori sede di Informatica, proveniente da Miglianico (Chieti).
“Io ho fatto richiesta di un alloggio del Campus nell’estate 2010 – spiega a questo giornale – e ho versato di anticipo 570 euro. Mi avevano detto che l’alloggio sarebbe stato pronto a fine novembre. Ma poi l’8 ottobre 2010 hanno sequestrato tutto, quando i primi studenti erano già dentro. Io non ci ho mai messo piede”.
E così anche Lamonaco ha dovuto cercarsi un’altra sistemazione.
“Ci ho messo mesi, perché nel 2010 a L’Aquila non erano certo molti gli appartamenti a disposizione, con quello che era accaduto. Ho trovato un posto letto a 200 euro, più di quello che avrei pagato al Campus”.
L’Udu ha sottolineato che però molti studenti per questa vicenda hanno perso la borsa di studio o il Contributo di autonoma sistemazione (Cas), non potendo documentare una sistemazione abitativa in città.
“Io sono stato fortunato – conferma Lamonaco – molti miei colleghi che attendevano un posto al Campus, per cui avevano pagato una caparra, non hanno trovato un altra casa a prezzi accettabili, e hanno lasciato l’Università dell’Aquila, sono andati a studiare altrove. Eppure erano rimasti spinti anche da una forte motivazione ideale, quella di non abbandonare la città in un momento così difficile, per dare un contributo, con la loro presenza da studenti, alla sua rinascita. Ecco perché la vicenda ci lascia ancora l’amaro in bocca, non è una questione di soldi, alla fine 570 euro non sono una grande cifra, è soprattutto una questione di principio”.
La Ser Italia subito dopo il sequestro aveva cominciato a restituire le somme anticipate ad una piccola parte degli studenti. In seguito la società per le pesanti difficoltà economiche sorte a seguito del sequestro, non ha avuto più la capacità di soddisfare le altre richieste.
A non giovare anche la decisione dell’Udu di schierarsi contro la società, come parte civile nel processo.
Contattato da Abruzzoweb Carnevale ricorda che “la mia società ha messo a disposizione già 2 milioni di fondi propri sui 5 necessari per completare il campus, che poi sarebbe stato donato al Comune o ad altri enti dopo 10 anni, una volta completato il rientro del denaro messo a disposizione. Un progetto senza scopo di lucro, dunque messo nero su bianco sull’accordo di programma sottoscritto con il Comune di Pizzoli e i proprietari de terreni”.
Carnevale non nasconde l’amarezza del suo progetto andato ramengo per un processo che alla fine lo ha visto assolto.
“I ragazzi per un posto letto – tiene poi a precisare – hanno versato le somme a titolo di prenotazione, senza la firma di un contratto. Poi per i motivi che sappiamo, il Campus è stato sequestrato e i lavori di realizzazione sono stati bloccati fino alla data della sentenza di assoluzione piena nel maggio 2015. Anche la Ser Italia è dunque parte lesa”.
“Attesa la motivazione della sentenza – aggiunge Carnevale – ritengo che qualora si decidesse per un’azione risarcitoria, essa deve essere promossa verso i veri responsabile della mancata realizzazione del campus, e dei posti letto che erano prenotati”.
Parole che potrebbero essere interpretate come l’intenzione da parte di Carnevale di rivalersi, non si esclude al fianco degli studenti nei confronti in primis della Soprintendenza e di Italia Nostra.
Sullo stessa lunghezza d’onda sembra essere anche il sindaco Anastasio.
“Finché in Italia chi fa un esposto che poi risulta infondato non ne paga le conseguenze dei danni enormi che sono stati oggettivamente provocati, questi esposti ci saranno sempre, e a cosa è molto preoccupante”.
E ribadisce che ora ultimare il campus non sarà facile.
“Rispetto al 2010 lo scenario è mutato, ora andrà studiato un piano complessivo che possa garantire un utilizzo sostenibile del Campus, magari in stretta collaborazione con l’Università”.
Sulle mancate somme restituite ai gli studenti, il sindaco si limita a dire che “è solo una delle conseguenze di questa maledetta storia”.



