L’AQUILA – “La sua telefonata arriva proprio mentre stavo rimuginando su una cosa: sto rivivendo, oggi, esattamente quei drammatici anni in cui a dominare era il caos politico più totale”.

Giovanni Schippa ha 90 anni e una lucidità invidiabile. Il 25 aprile del 1945 è una data importante del suo glorioso passato in cui è stato partigiano combattente con il grado di sottotenente, molto prima di diventare professore di Chimica presso la facoltà di Ingegneria dell’Università dell’Aquila e poi rettore dal 1981 al 1995.

Ora, nella sua casa in via Strinella, nella quale è tornato da qualche mese dopo l’esperienza da terremotato sfollato ad Avezzano, c’è il tempo per ricordare e fare parallelismi con l’Italia di oggi.

“La situazione è drammatica, i giovani non hanno un lavoro, e Giorgio Napolitano ha fatto un appello alle forze politiche affinché si uniscano, per rimettere in sesto il paese”. Così come l’appello lanciato da Palmiro Togliatti nella storica “svolta di Salerno”, tesa a trovare un compromesso tra partiti antifascisti, monarchia e Badoglio e formare un governo di unità nazionale nel quale confluissero i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti nel Comitato di Liberazione Nazionale.

“Era un momento di lotta feroce tra repubblichini e monarchici, inoltre c’era gli scontri con chi si era schierato con Badoglio, che veniva considerato traditore. Poi arrivò Togliatti e indicò la strada da seguire: la priorità era combattere i tedeschi”.

La Resistenza lui la combatté a Roma, dal 1943. Le riunioni a Villa Borghese e il profumo dei pini, ma anche la collaborazione da parte della gente, “ogni tanto, non sempre, riuscivamo a mangiare qualcosa”, e quella dell’esercito e della Polizia dell’Africa italiana (Pai), “ci davano le armi e le munizioni”.

Ricordare gli scontri sul campo è però faticoso, le immagini che riaffiorano sono dolorose, difficili. “I colpi andavano a segno, ma io faccio come chi va in guerra: racconto solo la battaglia, non se si è ucciso o ferito qualcuno”, dice.
E poi riemerge la sensazione di paura provata nei giorni degli scontro con i tedeschi, quando il timore “non era di morire, ma di venire catturati e di parlare sotto tortura”.

Paura di tradire i compagni partigiani, più insopportabile delle stesse sevizie. “Ora basta ricordare”, dice a un certo punto. 

La voce non si incrina ma va piuttosto spedita, invece, quando l’argomento si sposta sull’Aquila di oggi. “La ricostruzione non esiste senza programmazione, anche prima del terremoto e della crisi economica la città stava morendo. C’era solo l’Università con i suoi studenti. C’è bisogno, adesso, di una progettazione più ampia rispetto a quella che stanno facendo le istituzioni”.

Oggi è 25 aprile e anche se il corpo sente la stanchezza del tempo che è passato, la mente sembra esserne immune. “Rifarei tutto quello che ho fatto e con maggior convinzione!”.