L’AQUILA – “Green pass e super green pass sono strumenti classisti”. L’analisi di Lidia Undiemi – dottore di ricerca in Diritto dell’economia all’Università di Palermo e consulente tecnico in materia di outsourcing e societarizzazioni – sullo “stato di salute” del mondo del lavoro in Italia e ovviamente dell’Abruzzo delle crisi industriali, dei precari delle Asl e dei contact center e degli investimenti di Amazon a cui la politica locale sembra non possa dire di no, passa anche da ciò che secondo non soltanto lei è in realtà l’amata e odiata “tessera verde”.

Legata inizialmente al vaccino contro il Covid-19 e tirata fuori dal governo guidato da Mario Draghi. Tessera verde che, nell’emergenza Covid-19, è stata “riassunta” e ritenuta da molti come imposta con un “motto” che recita: “o ti vaccini, o ti tolgo il lavoro”; e che, grazie ad un “motto”, poiché ormai le carte in tal senso sono pressoché scoperte, che può essere modificato a seconda delle esigenze di questo o quel governo, potrà essere imposta in qualsiasi altro ambito della società. Senza contare, né dimenticare – sempre stando alle considerazioni di diversi esperti circa la gestione dell’emergenza Covid-19 – tutte le altre disposizioni, espresse ed applicate soprattutto in forma di divieti, a decine di milioni di persone in Italia.
“Non si è capito che sullo sfondo dell’emergenza Covid-19 sta riemergendo la base della lotta di classe. Quando la società si arenava davanti a un concetto di parità formale, in cui, per intenderci, all’epoca della prima e della seconda rivoluzione industriale, i lavoratori venivano considerati ‘liberi’ di accettare o meno il salario. Ma è chiaro che un lavoratore ha bisogno del salario per non morire di fame; quindi, la sua non era una vera libertà. L’unica libertà che aveva l’operaio nelle grandi fabbriche era quella di morire di fame”, spiega ad AbruzzoWeb Undiemi, autrice di fortunate pubblicazioni come ad esempio La lotta di classe nel XXI secolo. La nuova offensiva del capitale contro i lavoratori: il quadro mondiale del conflitto e la possibile reazione democratica (Ponte alle Grazie, 2021).
“Ci siamo poi evoluti – prosegue nella sua analisi – da questo concetto di parità “sulla carta”, divenuto palesemente inadeguato di fronte alla disuguaglianza sociale, e sono quindi creati dei sistemi costituzionali e delle leggi sul diritto del lavoro capaci di porre delle solide tutele in favore della parte debole, ossia il lavoratore, tale per cui vi sono dei diritti che sono stati considerati inderogabili, proprio per evitare lo sfruttamento estremo delle masse. Ovvio che in condizioni di debolezza contrattuale, il lavoratore potrebbe accettare qualunque cosa pur di non perdere il salario”.
Trasponendo tali principi all’attualità, lo “sbocco” classista, per Undiemi, è chiarissimo: “Nel momento in cui green pass e super green pass vengono usati come strumento di coercizione politica per arrivare al ricatto sul lavoratore, cioè ti tolgo il salario se non fai come dico io, è come se la politica avesse incorporato le peggiori ‘leggi’ capitalistiche dell’800. Ed è lo Stato che lo fa. Qualcosa di estremamente pericoloso”.
Secondo lei, i sindacati come hanno reagito di fronte a questo ennesimo attacco ai lavoratori?
Dovevano fare di più. Di fronte ai ricatti contro la persona umana in quanto lavoratore, sarebbero servite le barricate.
Eppure, afferma, da tempo, più di qualcuno, “Se si fossero vaccinati tutti, non ci sarebbero stati problemi”. Cioè, nessuno avrebbe perso il posto di lavoro.
Per rispondere, stando sulla ‘spinta’ alle vaccinazioni contro il Covid-19, che comunque non sono l’argomento centrale di questa questione, perché l’argomento centrale è il lavoro, possiamo utilizzare la prospettiva che sta emergendo da quanti scienziati mettono, ad esempio, in guardia dalla quarta dose. E già questo spiega perché non si può costringere un intero popolo a fare qualcosa del genere. Qui, deve essere chiaro a tutti, sono stati usati strumenti classisti per colpire chi non può rinunciare allo stipendio, chi deve per forza usare i mezzi pubblici, chi è figlio di un operaio, chi non ha la macchina perché non se la può permettere, eccetera. Questo è il punto. Non certo il vaccino. Il ricco può permettersi di non vaccinarsi. Si è colpita la massa, cioè chi non ce la fa a vivere senza il salario. Anche per questo, i sindacati avrebbero dovuto ribellarsi.
In quale contesto si è inserita questa crisi?
Un contesto in cui la crisi della democrazia e dello Stato, era già in atto. I problemi con l’emergenza sono amplificati, perché, purtroppo, si è sdoganato un metodo di governo autoritario. Lavoratori e sindacati dovevano già affrontare la crescita della disuguaglianza, la globalizzazione, la disoccupazione, la riduzione del potere contrattuale, la crescita delle multinazionali e del lavoro precario anche a tempo indeterminato, visto che ormai il precariato, non più la stabilità, è la regola e la qualità del lavoro non fa altro che abbassarsi. Guardiamo, che so, ai lavoratori di Amazon, che hanno il contratto a tempo indeterminato, ma con una contestata qualità del lavoro. Le aziende hanno esternalizzato tutto quello che volevano, ma all’interno del nostro Paese, poi hanno avuto la possibilità di fare lo stesso spostandosi all’estero.
Lei ha citato Amazon, gigante dell’e-commerce che sta arrivando anche in Abruzzo, regione tra le più depresse d’Italia in quanto a crisi del mondo del lavoro. Ecco, per la maggioranza della classe politica e sindacale, ad Amazon in Abruzzo non si può dire di no.
Questo perché la politica ha perso. Non solo in Italia si fa a gara per far insediare Amazon, non potendo, la politica, far altro che puntare soltanto alla quantità e non alla qualità dei posti di lavoro. La politica subisce le multinazionali. Non può dire di no. Deve accettare passivamente tutto ciò che impone il mercato, alle condizioni del mercato.
Sempre in Abruzzo, ci sono questioni aperte e molto complicate come quelle che riguardano i precari delle Asl regionali e del contact center Inps all’Aquila, con migliaia di posti di lavoro appunto precari e addirittura a rischio. Come se ne esce senza farsi male?
Con la Pubblica amministrazione che deve innanzitutto dare il buon esempio. Con lo Stato che deve dare il buon esempio. Entrambi devono trattare bene i lavoratori. Devono tutelarli. Indipendentemente da questo sistema di società collegate, di cooperative sociali, di società interinali, eccetera. Perché tra appalti e subappalti, il precariato ha vinto e le condizioni di lavoro e contrattuali sono notevolmente peggiorate nel corso degli anni, il frutto di un sistema malato. Inoltre, i lavoratori devono fare “massa”, fare sempre più pressioni sulle Istituzioni che devono cercare le soluzioni per eliminare il precariato. E sono settori in cui c’è anche la tutela della clausola sociale, che deve essere applicata senza se e senza ma, invece la regola sono le eccezioni o le sue limitazioni.
E se la pressione sulle istituzioni non funziona?
Serve più potere negoziale, attraverso le proteste e le vertenze. Le istituzioni non possono essere fondate sul risparmio monetario a scapito dei lavoratori, dobbiamo uscire, tutti, da questa logica, anche perché il risparmio spesso è solo presunto, la precarizzazione e l’abbattimento dei salari hanno un costo sociale alto per lo Stato. Se l’indirizzo politico è risparmiare, essere competitivi, non ne usciamo. Perché mai le aziende non dovrebbero approfittare di una situazione che utilizza anche lo Stato per abbassare il costo del lavoro? Lo Stato deve farsi carico della qualità dei posti di lavoro e del benessere dei lavoratori, ma purtroppo manca totalmente la coscienza politica. Non solo la volontà. E il resto, lo vediamo con il Pnrr che è l’apoteosi del capitalismo, siamo nella direzione opposta, con lo Stato che coincide con i principi del capitalismo. E poi, vincoli di bilancio, Corte dei conti, eccetera, sono motivazioni che vanno affrontate e risolte a livello nazionale. (red.)






