L’AQUILA – “Non giochiamo con le parole e con i vostri morti”.

È uno dei passaggi più duri della replica dell’avvocato Marcello Melandri, difensore dell’ex presidente dell’Ingv, Enzo Boschi, nel corso dell’udienza del processo di Appello alla commissione Grandi rischi.

La veemenza verbale del legale diretta contro alcuni avvocati di parte civile ha scatenato la reazione furente, ancorché composta, dei familiari delle vittime del sisma del 6 aprile 2009 e dei loro legali.

Tra quelli che hanno reagito Vincenzo Vittorini e Maurizio Cora, che hanno subìto gravissimi lutti nella tragedia, si sono alzati e sono usciti dall’aula, come pure gli avvocati delle parti civili Attilio Cecchini, che aveva controreplicato poco prima di Melandri, e Wania Della Vigna.

Bocche cucite al termine e tanta voglia di lasciarsi velocemente alle spalle l’incidente di percorso, anche se alcuni hanno definito “odiosa” la dichiarazione di Melandri denunciando come si sia “andati oltre le normali dinamiche processuali, esagerando”.

“La Cgr non fa comunicati, ma delibere, solo la Protezione civile può farlo, agli scienziati è vietato. E in quell’occasione non è stato fatto – ha rimarcato Melandri nel resto dell’intervento – Oltretutto il mio assistito non sapeva della conferenza stampa, non vi ha partecipato e non solo non ha dato rassicurazioni a nessuno, ma ha detto che non si poteva escludere una scossa forte”.

Secondo Melandri, in riferimento alla telefonata dell’ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, all’allora assessore regionale al ramo Daniela Stati, nella quale parlava della necessità di un’azione mediatica rassicurante “per mettere a tacere un ciarlatano”, ovvero il tecnico Gianpaolo Giuliani, che stava creando allarmi nella popolazione, “Bertolaso stava dando un ordine che non è stato eseguito”.

Francesco Petrelli, difensore di Franco Barberi, allora vice presidente della commissione, ha spiegato che “bisogna far rientrare in un processo ciò che avviene, non ciò che si sarebbe percepito: non c’è spazio per i principi sociali e l’accusa non si basa su una ricostruzione fattuale”.

Secondo Petrelli, “il sindaco Cialente che manifesta la sua preoccupazione a Bertolaso e al governo chiedendo il 2 aprile lo stato di calamità, non avrebbe fatto questo se fosse stato rassicurato: manca quindi la condotta colposa”, ha concluso. (alb.or.)