L’AQUILA – È stata fissata al prossimo 30 novembre, secondo il calendario già stilato in precedenza, la nuova udienza a carico dei componenti dell commissione Grandi Rischi, l’organo della presidenza del Consiglio accusato di aver fornito false rassicurazioni agli aquilani causando la morte di 309 persone.
Oggi all’Aquila si è svolta la settima udienza del processo.
Davanti al giudice Marco Billi sfilano nuovi congiunti e familiari di persone decedute durante i crolli della notte del 6 aprile 2009.
L’accusa vuole dimostrare che, dopo i pareri espressi dalla Cgr e diffusi dalla stampa, gli aquilani ebbero un atteggiamento più tranquillo. Le difese puntano a disinnescare questa tesi evidenziando le contraddizioni delle testimonianze.
Una testimonianza molto attesa era quella del capo servizio della redazione aquilana del quotidiano Il Centro, Giustino Parisse, che nel sisma ha perso il padre ed entrambi i figli adolescenti. Momenti molto intensi e ricordi dolorosi. “Mi ero convinto, ora ho perso tutto”, ha detto il cronista.
Il pm Picuti ha anche reso noto di aver svolto un’integrazione alle indagini: da quanto si è appreso è stato citato come nuovo teste dell’accusa l’esperto di valutazione di rischio sismico della Protezione civile nazionale Fabio Sabetta.
PARISSE: ”MI HANNO CONVINTO, ORA HO PERSO TUTTO”
“Io rassicurai la mia famiglia, fino all’una meno un quarto di quella notte. Mi ero convinto, in base anche alle determinazioni della commissione Grandi rischi, che non ci sarebbero state scosse forti. Che la magnitudo non sarebbe stata tale da provocare la catastrofe che poi è accaduta. Avevo convinto me stesso e quella notte rassicurai tutti, tra cui anche mia figlia”.
Pacato, carico di dolore e molto dettagliato. Questo il tono della testimonianza del giornalista aquilano Giustino Parisse, vice capo redattore della redazione dell’Aquila del quotidiano Il Centro, ascoltato oggi nell’ambito del processo alla commissione Grandi rischi.
Nonostante la tragedia che l’ha colpito nel sisma del 2009, Parisse ha perso i due figli adolescenti e il padre, il cronista non ha mai perso la calma, tranne quando ha chiesto “al giudice, al pm e alle parti di evitare i nomi: fate riferimento a ‘figlio’ e ‘figlia’”.
Nella lunga testimonianza ha rievocato tutto il periodo dello sciame sismico, cominciato alla fine del 2008 e fino alla scossa delle 3.32. Un periodo vissuto da un punto di vista privilegiato, quello di guida di una redazione che aveva accesso “a un flusso continuo di informazioni: non dovevo aspettare il telegiornale la sera per sapere”.
“Ogni minuto – ha aggiunto – c’erano notizie che arrivavano. Dalla riunione della commissione ebbi la certezza, che mi veniva dal fatto che fosse composta da scienziati, che avevano comunicato all’esterno una rassicurazione alla popolazione: lo sciame c’è, L’Aquila è zona sismica, però non c’è nessun elemento che ci possa far pensare a una scossa forte”.
Delicatissimo il racconto della morte del figlio del cronista, ricordato istante dopo istante. “Di fronte a un ammasso nero di cemento, legno, pietre, polvere, e la voce di mio figlio che gridava ‘Papà, papà!’. Saltai sulle macerie gridando ‘Adesso arrivo’, ma non sapevo nemmeno che fare. Mi resi conto che sopra le macerie c’era un enorme cordolo di cemento per cui non c’era più nulla da fare”.
Il tono e l’intensità del racconto e delle domande dei pm, sia Fabio Picuti che Roberta D’Avolio hanno interrogato il teste, hanno provocato la vibrata protesta di uno degli avvocati della difesa, Marcello Melandri, che difende l’imputato Enzo Boschi.
“Qui – ha tuonato – dobbiamo appurare il nesso di causalità e gli stiamo chiedendo da tre ore cose che non servono a niente. Tutto quello che ha detto, oltre a far soffrire ancora di più lui, che rilevanza ha? Qui facciamo gli avvocati e i giudici, non la cronaca. E questo non lo volete capire”.
Il giudice Marco Billi ha ascolto lo sfogo ma ha respinto tutte le contestazioni formali, facendo continuare l’interrogatorio. Stimolato da Picuti a precisare cosa fosse cambiato in lui dopo la riunione della Cgr, Parisse ha aggiunto che “mi sono sentito rassicurato ed ero certo che non ci sarebbero state scosse più forti da arrivare a una catastrofe. Di questo rassicuravo la mia famiglia”, ha concluso con amarezza.
Quanto ai mutamenti del suo comportamento dopo la riunione, “Il 30 marzo (scossa prima della riunione, ndr) uscii di casa e rimanemmo fuori. Quella notte, invece – ha aggiunto il giornalista – non invitai né me stesso né i miei familiari a uscire perché ero sicuro che non potessero accadere altre scosse catastrofiche”.
Un altro momento caldo c’è stato quando si è scatenato un dibattito sull’attacco di un articolo scritto da Parisse e pubblicato il 1° aprile 2009. “Alzi la mano quell’aquilano che da 48 ore non ha cambiato un po’ le sue abitudini di vita. Nulla di drammatico, per carità, ma è inutile negare quella sensazione di disagio, quel rigirarsi nel letto cercando di prendere sonno e con un piede fuori dalle coperte pronto a scappare non si sa bene dove”.
Quando il pm Picuti ha chiesto al teste di riferire questa frase a un “gruppo o numero preciso di persone”, perché “del fatto che il giornale sia un porto di mare dove tutti arrivano e tutti chiamano, come da lei affermato, processualmente non so che farmene”, si è scatenato un altro battibecco tra le difese, in particolare gli avvocati Melandri e Alfredo Biondi, e l’avvocato di parte civile Attilio Cecchini.
Nel finale della testimonianza, rispondendo a una domanda dell’avvocato di Stato, Massimo Giannuzzi, Parisse ha chiarito il senso della denuncia presentata nei confronti della Cgr.
“Personalmente non ho nulla contro i componenti di quella commissione, qualcuno di loro l’ho anche conosciuto dopo, ma mi interessa dal punto di vista storico che questa vicenda venga chiarita fino in fondo anche dal punto di vista della responsabilità penale. Da questo processo non mi aspetto nulla, quello che ho perso l’ho perso il 6 aprile e nessuno me lo ridarà”.
LE PRIME TESTIMONIANZE
Le prime testimonianze sono state legate a quelle dell’udienza precedente, del portiere della casa dello studente, Piergiorgio Lauri, e dei familiari di Ilaria Rambaldi, studentessa deceduta nei crolli a via Campo di Fossa.
“L’allarmismo c’era – ha detto Valeria Esposito – anche se passava una macchina e tremavano i vetri mi spaventavo. Le nostre famiglie ci invitavano spesso a tornare a casa ma decidemmo di rimanere fino alle vacanze pasquali perché ci fidavamo”. Poi è stato il turno di Giovanni La Rocca, studente universitario.
È stato quindi il turno di Pietro Sebastiani, responsabile tecnico della casa dello studente, citato come teste indiretto perché imputato in un procedimento connesso (appunto il crollo della struttura scolastica, altro filone dell’inchiesta crolli), che ha ricordato di aver compiuto dopo la forte scossa del 30 marzo un sopralluogo assieme a Giancarlo Mancini.
“Entrammo in quasi tutti i locali per verificare se la scossa avesse creato qualche problema. In questa visita non fu rilevato nulla. Fuori i ragazzi erano abbastanza spaventati, ci fermammo fuori a parlare con loro”.
Sebastiani ha ricordato che “una ragazza chiese anche se era sicuro stare all’Aquila ed era sicuro quell’edificio. Risposi dicendo che era un edificio costruito con L’Aquila e che la sicurezza derivava dalla città. Era nato negli anni Sessanta e in cemento armato”. Subito dopo è stato ascoltato anche lo stesso Mancini.
LE TESTIMONIANZE DEL POMERIGGIO
Nel pomeriggio, tra le testimonianze quella di Riccardo Liberati, miracolosamente sopravvissuto al crollo di un edificio in via generale Francesco Rossi, dove morirono 17 persone, per cui è in corso un altro processo in cui il ragazzo è parte civile.
Il giovane ha perso entrambi i genitori, con i quali risiedeva assieme alla sorella all’ultimo piano dell’edificio, e altri parenti che abitavano ai piani sottostanti dello stabile crollato.
“‘Il sisma del 30 marzo è stato l’exploit di questo sciame sismico e scosse più forti non potevano farne, al più della stessa intensità’. Questo è stato detto – ha ricordato Liberati – Mia madre dopo la scossa del 30 aveva preso alcuni gioielli di famiglia, cose importanti, ma il 4 o il 5 li ha rimessi a posto dietro un pensile, in un posto in cui sarebbe voluto molto tempo per prenderli di nuovo”.
A concludere la settima udienza, la testimonianza di Ilaria Narcisi, studentessa originaria di Canzano (Teramo) della facoltà di Medicina del capoluogo.
“Facendo zapping in tv – ha ricordato – abbiamo sentito della riunione della grandi rischi, poi il giorno dopo abbiamo comprato il giornale e deciso di rimanere in casa”.
Un’amica della teste, Ilaria Piacentino 20 anni di San Giovanni Rotondo, è morta sotto le macerie del suo appartamento di via Cola dell’Amatrice.
ESPERTO RISCHIO SISMICO PROTEZIONE CIVILE CITATO COME TESTE
Un testimone in più tra i quasi 300 citati dall’accusa nel processo alla commissione Grandi rischi, in corso di svolgimento all’Aquila.
Nel corso dell’udienza di oggi, infatti, il pubblico ministero Fabio Picuti ha avvisato il giudice e le parti di una “piccola attività d’indagine integrativa riferita a questo processo”.
“Già ci è stato notificato”, ha confermato l’avvocato Marcello Melandri, difensore dell’imputato Enzo Boschi.
Da quanto si è appreso, si tratta della citazione come teste di Fabio Sabetta, esponente della Protezione civile nazionale.
La “new entry” ha attirato l’attenzione degli investigatori per quanto affermato in un seminario su “Valutazione della pericolosità e mitigazione del rischio sismico” del maggio 2010.
L’organo consultivo della presidenza del Consiglio è accusato di aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 309 persone.
Dopo alcune schermaglie sull’ammissione di prove come i 2 minuti del film Draquila di Sabina Guzzanti, che alla fine sono stati proiettati in aula, nelle prime udienze davanti al giudice Marco Billi sono sfilati i testimoni chiamati dall’accusa, un primo gruppo delle quasi 300 persone chiamate in causa dai pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio.
Fino a oggi i testi, familiari e amici di vittime del sisma, hanno sottolineato che i loro congiunti, spaventati dalle scosse fino al 31 marzo di due anni fa, hanno poi cambiato atteggiamento dopo i tranquillizzanti messaggi diffusi dalla Grandi rischi dopo la riunione del 31 marzo 2009.
Una tesi rifiutata dalle difese, che annoverano principi del foro come gli avvocati Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia, o Marcello Melandri, già impegnato in processi come Fastweb e Gea. Tra gli avvocati di parte civile anche Giulia Bongiorno che, però, nelle prime udienze non ha partecipato di persona.
Gli imputati sono Franco Barberi, presidente vicario della commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis (anche oggi presente in aula), già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.
I capi di imputazione per tutti sono di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali colpose.
De Bernardinis, fin qui, ha seguito tutte le udienze, quasi come lui Dolce, mentre Boschi si è visto in aula una sola volta. Il giudice Billi ha imposto un ritmo veloce al processo con un’udienza a settimana. Già fissato il calendario fino al 2012, poi si andrà avanti tutti i mercoledì.
Le prossime udienze: mercoledì 30 novembre, mercoledì 7 dicembre, mercoledì 14 dicembre, mercoledì 11 gennaio e poi fissi tutti i mercoledì seguenti.
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