L’AQUILA – “Come ciechi che chiedono informazioni a un passante per attraversare la strada: si affidano a un’autorità”.

Questo, secondo l’antropologo dell’Università dell’Aquila Antonello Ciccozzi, è stato il rapporto tra gli aquilani e la commissione Grandi rischi al tempo dello sciame sismico, quando, secondo le tesi della procura che ha messo sotto accusa l’organo scientifico, la cittadinanza spaventata si fidò di false rassicurazioni.

Ciccozzi, consulente tecnico della stessa procura, lo scorso 30 marzo ha depositato una perizia basata sullo studio dei verbali delle testimonianze ascoltate nelle precedenti udienze e oggi è stato ascoltato egli stesso come teste nel corso della 20ª udienza.

Successivamente ha testimoniato anche Marta La Ponzina, disaster manager della Protezione civile ed esperta del “rapporto Barberi” sulla vulnerabilità degli edifici pubblici. Ha ammesso che seguendolo “non sarebbe successo tutto quello che è successo”.

Saltata invece la testimonianza di Franco Gabrielli, attuale capo dipartimento della Protezione civile e prefetto dell’Aquila all’epoca del sisma, anche se non durante lo sciame.

LE TESTIMONIANZE


CICCOZZI: “LA COMMISSIONE AUTORITA’ INDISCUSSA, ORIENTAVA IL SENSO COMUNE”

Il fulcro teorico della perizia di Ciccozzi, interrogato dal pm Roberta D’Avolio, è il “rapporto tra la percezione culturale del rischio e la vulnerabilità: ridurre la prima aumenta la seconda”, ha premesso.

“La cittadinanza – ha aggiunto l’esperto – per mesi è stata esposta a un segnale prevalentemente rassicurante che si è poi manifestato in forma evidente nella riunione, che è stata un cerimoniale di ostentazione della diagnosi già stabilita precedentemente”.

L’antropologo ha ricordato che “la comunità scientifica tende a orientare il senso comune, è investita di un’autorità simile a quella di un religioso, un imam fonte di autorità indiscutibile. Una metafora – ha ribadito – supportata da un’enorme bibliografia”.

Con questo Ciccozzi si è rifatto alla Teoria delle rappresentazioni sociali dello psicologo franco-romeno Serge Moscovici, per la quale processi mentali condizionano le dinamiche sociali.

“La diagnosi della Cgr – ha aggiunto – si è sedimentata nel senso comune locale come una rappresentazione rassicurante, che faceva leggere in quello che succedeva un evento positivo, appunto lo scarico di energia. Ho rilevato questo dai verbali di tutte le deposizioni delle udienze precedenti”.

Ciccozzi ha poi fatto una metafora. “È come se una persona raccoglie funghi e va dall’esperto micologo e chiede se sono buoni o velenosi – ha spiegato – La capacità di volere non è intaccata ma quella di intendere sì: il soggetto affida la propria percezione del mondo a un’autorità”.

“I soggetti – ha proseguito – tendono a infantilizzarsi, assumere le informazioni dell’autorità in modo acritico e aprioristico. C’è una sospensione del giudizio, ci affidiamo a quello che dicono gli esperti. La commissione si poneva in veste ufficiale, di autorità costituita legittimata a interpretare quello che stava succedendo”.

Quando il pm Fabio Picuti ha chiesto a Ciccozzi di spiegare che cos’è il libero arbitrio è insorto l’avvocato Marcello Melandri, difensore di Enzo Boschi, uno dei sette imputati.

“Abbiamo bisogno di un antropologo per sapere che cos’è il libero arbitrio? – ha sbottato – Al consulente dovremmo chiedere la differenza tra un fungo velenoso e un terremoto, e chi era quello che raccoglieva i funghi e chi invece il micologo”.

Altra contestazione, stavolta dall’accusa, c’è stata quando l’avvocato Francesco Petrelli, che assiste un altro imputato, Franco Barberi, ha affermato che “le conclusioni della consulenza sono deludenti”.

A quel punto è scattato lo stesso Picuti, che ha ricordato che “la difesa non può esprimere giudizi se non in fase di requisitoria!”.

La testimonianza si è poi trascinata lungamente, tanto che a un certo punto il pm ha tuonato: “Non siamo a Porta a porta, facciamo la domanda al consulente e aspettiamo una risposta. Siamo in un processo”.

Picuti ha poi chiesto al giudice Marco Billi “di riportare ordine” e “di impedire che l’esame continui su questi binari di botta e risposta inconcludenti”.

LA PONZINA: ”SEGUENDO RAPPORTO BARBERI MENO DANNI”

“Quando ho saputo del terremoto sono stata male. Se si fosse intervenuto secondo lo studio presentato e noto come ‘rapporto Barberi’ non sarebbe successo ciò che è accaduto all’Aquila, ne sono convinta”.

Questa la certezza di Marta La Ponzina, disaster manager del dipartimento della Protezione civile, interrogata come teste della difesa da parte dell’avvocato Francesco Petrelli che assiste proprio Barberi.

“La situazione dell’Aquila – ha ricordato l’esperta – era descritta con rischio medio medio-alto in termini di vulnerabilità. In questi studi si fanno differenze tra palazzi in muratura e cemento armato. Lo studio restituiva una fotografia precisa dell’Aquila”.

L’esperta ha amemsso che “nel ‘rapporto Barberi’ solo all’inizio fu trascurato l’Abruzzo, successivamente includemmo anche gli edifici di questa regione. La prima indagine fu sull’intero universo degli edifici pubblici, il secondo studio sull’edilizia privata a campione”.

IL PROCESSO

L’organo consultivo della presidenza del Consiglio è accusato nella sua composizione del 2009 per aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 309 persone.

Dopo alcune schermaglie sull’ammissione di prove come i due minuti del film Draquila di Sabina Guzzanti, alla proiettato in aula come pure altri servizi televisivi, nelle udienze davanti al giudice Marco Billi sono sfilati i testimoni dell’accusa, chiamati dai pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, e quelli di parte civile e delle difese.

Fino a oggi i familiari e amici di vittime del sisma hanno sottolineato che i loro congiunti, spaventati dalle scosse fino al 31 marzo di due anni fa, hanno poi cambiato atteggiamento dopo i tranquillizzanti messaggi diffusi dalla Grandi rischi dopo la riunione del 31 marzo 2009.

Una tesi rifiutata dalle difese, che annoverano principi del foro come gli avvocati Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia, o Marcello Melandri, già impegnato in processi come Fastweb e Gea. Tra gli avvocati di parte civile anche Giulia Bongiorno che, però, non partecipa di persona.

Gli imputati sono Franco Barberi, presidente vicario della commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis (l’unico che fino a oggi è stato sempre presente in aula), già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.

I capi di imputazione per tutti sono di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali colpose. Il giudice Billi ha imposto un ritmo veloce al processo con un’udienza a settimana. Le prossime udienze ci saranno tutti i mercoledì salvo diverse decisioni del giudice.

<span style=’I PROTAGONISTI DEL PROCESSO GRANDI RISCHI
IL GIUDICE
Marco Billi
L’ACCUSA
Procuratore capo
Alfredo Rossini
Pubblico ministero Pubblico ministero
Fabio Picuti Roberta D’Avolio
LA DIFESA
Imputato Avvocato
Franco Barberi Francesco Petrelli
Bernardo De Bernardinis Filippo Dinacci
Enzo Boschi Marcello Melandri
Giulio Selvaggi Antonio Pallotta e Franco Coppi
Gian Michele Calvi Alessandra Stefano
Claudio Eva Alfredo Biondi
Mauro Dolce Filippo Dinacci
LE INTERVISTE
Sabina Guzzanti – Marcello Melandri – Fabio Alessandroni – Filippo Dinacci