L’AQUILA – “Non mi interessa il risarcimento ma la giustizia dovrebbe essere uguale per tutti, altrimenti è inutile scriverlo in aula”.
È amarissimo il commento di Massimiliano Adami, aquilano, uno dei parenti delle vittime del terremoto del 6 aprile 2009 che hanno denunciato la commissione Grandi rischi ma si sono visti archiviare la loro posizione perché l’accusa non ha ritenuto dimostrato il nesso causale tra le risultanze della riunione dell’organo scientifico consultivo della presidenza del Consiglio e il comportamento delle vittime.
Si tratta di 41 casi che, nonostante le opposizioni degli avvocati sono stati definitivamente archiviati dal giudice per le indagini preliminari Giuseppe Romano Gargarella, che ha sposato le tesi della procura.
Nella notte del sisma Adami ha perso la madre Elena Papola, che abitava nella parte alta della frazione di Paganica, il “Colle”, in cui ci sono stati numerosi crolli.
“Sono rimasto di stucco anche se era nell’aria, me lo sentivo – spiega ad AbruzzoWeb – Stavamo lottando per una causa giusta, la nostra storia ha lo stesso peso di tutte le altre”.
Secondo l’uomo “il giudice ha detto che non c’è nesso tra quanto successo e la riunione della commissione, ma la storia è la stessa per tutte le vittime. Quella sera ero con mia madre e l’ho rassicurata in base a quello che si sentiva in giro”.
Adami ne ha anche per l’amministrazione comunale. “Il Comune e tutte le istituzioni preposte non avevano istituito il piano di protezione civile – ha ricordato – Dove avremmo dovuto portarla? Non c’era un posto dove andare e siamo rimasti a casa come tutti quanti”.
“Adesso – afferma ancora – voglio proprio sentire che cosa diranno le istituzioni, compreso il sindaco Massimo Cialente”.
Nella memoria difensiva dell’avvocato Alessandra Stefano, che assiste Gian Michele Calvi, la quale ha confutato le 41 posizioni caso per caso per conto delle difese, per Adami si parla di una denuncia tardiva, nel giugno del 2011.
“Anche il giudice avrebbe dovuto esaminare caso per caso – sbotta lui – e ho tanti testimoni in mio favore. La denuncia è stata tardiva, è vero, non è che l’abbiamo fatta subito, ma l’abbiamo fatta quando abbiamo sentito che la causa era in corso”.
“Non ci siamo inventati niente, nostra madre dovrebbe essere equiparata alle altre vittime”, conclude amareggiato minacciando di continuare “una battaglia giusta”.
Valentina Orlandi Argenis, Nicola Bianchi, Tonino Colonna, Carmelina Iovine, Enza Terzini, Roberta Zavarella, Sara Persichitti, Vinicio D’Andrea, Angela Belfatto, Noemi Tiberio, Liliana Fiorentini, Giuseppina Zugaro, Berardino Bruno, Elisa Colaianni, Davide Centofanti, Antonio Centi, Fabiana Andrea Passamonti, Ludovica Centi, Martina Di Battista, Ivana Lannutti, Daniela Bortoletti, Michele Strazzella, Maria Urbano, Edvige Sbroglia, Luana Mastracci, Lorenzo Cinì, Arianna Pacini, Iolanda Capasso, Alessia Di Pasquale, Rosina Di Filippo, Anna Mazzarella, Elena Papola, Carmine Alessandri, Elisabetta Biondi, Giovanni Cosenza, Giulio Brunelli, Silvana Balassone, Carmine Marotta, Maria Grazia Semperlotti, Flavio Pace, Ezio Pace.
L’organo consultivo della presidenza del Consiglio è stato messo sotto accusa nella sua composizione del 2009 per aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 29 persone.
Quattro le date miliari da ricordare da quando tutto è cominciato, da oltre due anni e mezzo fa: 3 giugno 2010, arrivano sette avvisi di garanzia ai componenti della Cgr; 10 dicembre 2010, esordio in aula per l’udienza preliminare, che si conclude con il rinvio a giudizio per tutti e sette; 20 settembre 2011, prima udienza dibattimentale; 22 ottobre 2011, la sentenza di primo grado.
Dopo alcune schermaglie sull’ammissione di prove come i due minuti del film Draquila di Sabina Guzzanti, alla fine proiettato in aula come pure altri servizi televisivi, nelle udienze davanti al giudice Marco Billi sono sfilati i quasi 300 testimoni tra quelli dell’accusa, chiamati dai pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, e quelli di parte civile e delle difese.
Nelle deposizioni i familiari e amici di vittime del sisma hanno sottolineato che i loro congiunti, spaventati dalle scosse fino al 31 marzo di due anni fa, hanno poi cambiato atteggiamento dopo i tranquillizzanti messaggi diffusi dalla Grandi rischi dopo la riunione del 31 marzo 2009.
Una tesi rifiutata dalle difese, che annoveravano principi del foro come gli avvocati Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia, o Marcello Melandri, già impegnato in processi come Fastweb e Gea. Tra gli avvocati di parte civile anche Giulia Bongiorno che, però, non ha mai partecipato di persona.
I condannati in primo grado a sei anni di reclusione sono Franco Barberi, all’epoca presidente vicario della commissione Grandi rischi, Bernardo De Bernardinis (l’unico che è stato sempre presente in aula in tutte le udienze), già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.
Tutti sono stati condannati per omicidio colposo e lesioni personali colpose. Il giudice Billi ha imposto un ritmo veloce al processo con un’udienza a settimana, che ha portato alla sentenza di primo grado dopo un anno e un mese dall’inizio della fase dibattimentale, un tempo da record.
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<span style='I PROTAGONISTI DEL PROCESSO GRANDI RISCHI
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