L’AQUILA – “Per avere un’espansione del ghiacciaio c’è bisogno che la neve resti sulla superficie per diversi anni consecutivi, almeno un decennio. Ad esempio, a partire dalla seconda metà degli anni Duemila ci sono state un po’ di annate positive in cui alla fine dell’estate sul Calderone c’era neve residua che si stava trasformando in ghiaccio, ma le alte temperature dell’estate 2012 hanno vanificato gli effetti positivi delle stagioni precedenti”.

Il geofisico dell’università dell’Aquila Paolo Tuccella, ricercatore del Cetemps (Centro di Eccellenza per la previsione di eventi meteo severi), ringraziando l’alpinista Cristiano Iurisci “profondo conoscitore del Calderone per le lunghe e proficue discussioni sull’argomento”, smorza gli entusiasmi dell’alpinista Davide Peluzzi secondo il quale il ghiacciaio del Calderone, il più a sud d’Europa tra i 2.650 e i 2.850 metri sul Gran Sasso d’Italia, sarebbe in espansione e il nevaio presente sullo stesso versante, a 2.400 metri accanto al rifugio Franchetti, si sta trasformando in ghiacciaio.

E, senza mezzi termini, ad AbruzzoWeb afferma che il Calderone ha dimezzato la sua superficie, passando dai centomila metri quadrati misurati all’inizio dell’Ottocento ai circa cinquantamila dei primi anni Duemila”.

“Anche nel 2013 e nel 2014 abbiamo registrato stagioni estive positive, ma poi negli anni 2015, 2016 e 2017 le estati sono state abbastanza calde da non consentire alla neve in superficie di superare l’estate”, spiega l’esperto.

Tuccella è insomma cauto rispetto alla tesi “eretica” di Peluzzi: “Il ghiacciaio del Calderone a partire dal 1800 ai primi anni Duemila ha perso oltre il novanta per cento del volume e il 50 per cento della superficie – dice – e a partire dal 2000 è diviso in due settori, uno superiore e uno inferiore, separati da un salto roccioso, non è più un apparato unitario”.

A proposito dello spessore rilevato da Peluzzi, alpinista di fama che ha guidato impegnative spedizioni sull’Himalaya, Tuccella spiega come “nella parte bassa, delle misure recenti ci confermano uno spessore massimo di 25 metri, però non è un dato rappresentativo dell’intero ghiacciaio ma solo di una parte”.

“Da questi dati, infatti, raccolti dall’Associazione Aq Caput Frigoris e pubblicati sulla rivista Alpine and Mediterranean Quaternary, si evince che lo spessore varia da 1 a 25 metri, si stima quindi uno spessore medio attorno ai quindici metri. È anche importante dire che il ghiaccio è sepolto da uno strato di detriti e solo in alcuni punti affiora anche in superficie”.

Anche il nevaio accanto al Franchetti, secondo il ricercatore del Cetemps, non si sta trasformando in ghiacciaio.

“La neve residua rimasta è quella dello scorso inverno che fortunatamente quest’anno è riuscita a sopravvivere alla stagione estiva a differenza dello scorso anno – spiega – la neve che rimane a fine stagione per un solo anno significa davvero poco, vuol dire che l’estate non è stata eccessivamente calda o che le precipitazioni invernali sono state abbondanti, ma non ci dà indicazioni sull’ipotetica espansione o trasformazione”.

La presenza di morene, poi, accumuli di sedimenti costituiti dai detriti rocciosi trasportati dal ghiaccio stesso, secondo Tuccella “è dovuta all’attività del ghiacciaio nei secoli passati. Le morene si formano grazie all’accumulo di detriti trasportati dal ghiacciaio, ma la trasformazione delle morene in atto adesso, ammesso che ci sia, è dovuta al regresso del ghiacciaio e non all’espansione”.