L’AQUILA – L’incarico di presidente del Consiglio a Paolo Gentiloni riapre la partita del toto-ministri e, come avvenuto negli ultimi vent’anni, l’Abruzzo si presenta con speranze nulle o quasi di conquistare un dicastero. Qualche possibilità in più quando la squadra verrà allargata a vice ministri e sottosegretari.

L’unico che in realtà ci puntava, a diventare ministro, o quanto meno voleva “creare le condizioni” come dichiarato in un evento all’Aquila, era il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, pronto a dimettersi nel 2018 con qualche mese di anticipo sul quinquennio per correre da parlamentare e puntare a entrare nella squadra di un futuribile governo Renzi II, ma la mattanza referendaria lo ha indotto a più miti consigli e a puntare soprattutto alla riconferma “tra 29 mesi”. Almeno per ora.

Dopo di lui il nulla e per avere un successore a Remo Gaspari, ministro della Funzione pubblica nel settimo governo Andreotti, fino al 1992, bisognerà sicuramente superare la soglia del quarto di secolo.

LA SPERANZA DI NCD

Andando alle altre cariche, è bene partire dall’uscente, Federica Chiavaroli, senatrice eletta nel 2013 un po’ a sorpresa con il Popolo della libertà, inizialmente rimasta fuori ed entrata nel novero dopo la rinuncia al seggio di Silvio Berlusconi che era capolista in tutte le regioni.

È poi transitata nel Nuovo centro destra di Angelino Alfano, con cui ha conquistato la significativa poltrona di sottosegretario alla Giustizia dopo essere stata vice capogruppo a palazzo Madama, culmine di una scalata lampo cominciata dai banchi del Consiglio comunale di Pescara e transitata per l’aula dell’Emiciclo.

Il governo Gentiloni punterà sulla continuità soprattutto tra i “big” e si può considerare sicura la presenza nel nuovo esecutivo del Guardasigilli uscente Andrea Orlando: questo potrebbe essere un segnale positivo per ipotizzare la conferma della Chiavaroli, anche perché il suo lavoro è stato apprezzato in via Arenula.

Non è detto che abbia un peso la leggera differenza di vedute sul tema della chiusura dei tribunali minori abruzzesi, sospesa fino al 2018, con Orlando che, in un’intervista esclusiva ad AbruzzoWeb, ha detto di ritenere “sbagliato fare dell’Abruzzo una eccezione a livello nazionale” ma anche di volere “valutare se c’è da fare qualche aggiustamento” mentre la Chiavaroli è stata più tranchant, evidenziando la necessità di una nuova legge per ottenere proroghe, legge che al momento non c’è.

Da valutare, infine, che nella conferma delle “quote” degli alfaniani al governo, soprattutto nei posti più periferici, peserà inevitabilmente anche la necessità di dover lasciare spazio agli accoliti del senatore Denis Verdini che, dopo aver sostenuto da fuori il governo vecchio, in quello nuovo potrebbe diventare protagonista.

I NODI DEL PD

Chi, comunque, perfino indipendentemente dalla conferma o meno della Chiavaroli, rivendica un ruolo al governo è il Partito democratico, e in modo particolare quello aquilano.

Tutto risale alla chiamata nel settembre 2014 del primo esponente abruzzese nell’esecutivo Renzi in ordine di tempo, Giovanni Legnini, sottosegretario all’Economia con delega alla Ricostruzione post-terremoto del 2009, come vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, alta carica dello Stato che lo ha costretto a dimettersi dal governo e dal Parlamento.

A quel punto il sottosegretario abruzzese in pectore era la senatrice del capoluogo Stefania Pezzopane, vice presidente della Giunta per le immunità di palazzo Madama, tra i protagonisti della cacciata di Berlusconi dal Senato.

La chance si era originata nell’ambito di un’intesa architettata dal governatore D’Alfonso che aveva portato il vice presidente della Regione, Giovanni Lolli, aquilano, a rinunciare allo scranno in Parlamento, che gli sarebbe spettato come primo dei non eletti dopo le dimissioni di Legnini, a favore del pescarese e dalfonsiano di ferro, Gianluca Fusilli, che veniva dopo di lui nella lista bloccata.

Di qui si ipotizzava la nomina aquilana al governo come contropartita per la perdita di un posto a Montecitorio. Ma le cose non sono andate come si pensava.

Una prima bocciatura c’è stata con la nomina come sottosegretario all’Economia con delega alla Ricostruzione, appunto il posto di Legnini, dell’emiliana Paola De Micheli, dopo che per la delega alla ricostruzione si era parlato perfino della candidatura del deputato pescarese Antonio Castricone, che, a proposito, anche con Gentiloni potrebbe rientrare nel toto-nomi.

A quel punto per la Pezzopane si era parlato di un posto nella cabina di regia di palazzo Chigi sempre in materia di ricostruzione. Ma neanche quello è arrivato. Un epilogo che ha fatto arrabbiare anche lei, che ha accusato i dirigenti abruzzesi di non averla difesa. E, a oggi, un credito politico da incassare, chissà se questa sarà la volta buona.

Sempre in ottica aquilana, chi a un sottosegretariato sotto sotto pure ci spera è Massimo Cialente, sindaco uscente e non ricandidabile dopo due quinquenni, che, dopo gli ultimi terremoti, alla luce di 7 anni e mezzo di know-how acquisito suo malgrado dopo quello del 6 aprile, si è costruito una fama di esperto nazionale di gestione delle emergenze e sicurezza degli edifici, lanciando la battaglia per il fascicolo del fabbricato e partecipando a eventi in tutto lo Stivale sul tema.

La conversione al renzismo, per lui che era bersaniano alle primarie del 2012 e cuperliano a quelle del 2013, e il sostegno al sì alla riforma costituzionale al referendum che ha fatto cadere il governo, sono sembrati una strategia per rimettersi in campo come già fatto con successo da D’Alfonso, che con Renzi dalle macerie e dalle liti ha costruito un rapporto di ferro.

E se la costruzione di una “lista Cialente” che possa essere determinante per gli assetti del centrosinistra alle amministrative 2017 sembra quasi un hobby non troppo interessante per il sindaco uscente, c’è da scommettere che il posto futuro in cui si veda, a 63 anni, è il ritorno in Parlamento, dov’è già stato per 7 anni in due mandati, passando magari dalla finestra con un incarico di governo.

Una curiosità: Gentiloni fu all’Aquila nel marzo 2008 da ministro delle Comunicazioni del governo Prodi, che sarebbe caduto un paio di mesi dopo, come relatore a un convegno sul tema della banda larga nelle aree interne. Ora che il centro storico è quasi tutto cablato con i nuovi sottoservizi, chissà anche questo elemento non possa costituire un’attrattiva.