L’AQUILA – Tre progetti per complessivi 108 milioni di euro per risolvere una volta per sempre il problema dell’Aterno, evitare un’alluvione come quella di ieri e non fare la fine del Veneto in caso di eventi peggiori.
Nonostante le accuse di voler cementificare il fiume, dopo aver incassato una modifica al progetto che ha fatto slittare i tempi, oggi tira dritto il commissario straordinario Adriano Goio, che appare quasi rinfrancato dall’alluvione, che ha dimostrato che sì, un intervento strutturale sul fiume ci vuole, eccome.
Il commissario spiega nel dettaglio le tre mosse con cui vorrebbe risolvere i problemi, rivendicandone la paternità tecnica, assicurando (senza sbilanciarsi troppo) che i soldi ci saranno e che i contrari in realtà le opere le vogliono: non sui loro terreni, però.
Il sindaco Cialente ha dichiarato che si aspettava questo disastro. Lei lo aveva previsto?
No, in questa misura no. A chi sosteneva che lì non era mai successo niente e che sarebbe stato difficile che sarebbe successo qualcosa in futuro, però, ho sempre detto che non era così sicuro fare affermazioni del genere. Conosco mille situazioni in cui non ci si aspettava nulla e poi è avvenuto il peggio.
Inoltre, l’Aterno aveva da tempo argini molto fragili, e la fragilità è peggiorata dopo il sisma, e io lo so perché ho fatto sondaggi prima e dopo il terremoto. In più, sia a monte che a valle dell’Aquila il fiume ha un alveo pensile, cioè sollevato rispetto ai terreni circostanti, e quindi una qualsiasi tracimazione allaga tutto.
Quali sono i progetti di messa in sicurezza?
Sono tre. Il primo è quello delle casse d’espansione, una sul Raio e una sull’Aterno.
Può spiegare in termini comprensibili cos’è una cassa d’espansione?
Quando attorno non c’era la pressione antropica, cioè case sugli argini eccetera, quando arrivava una piena, tutti i fiumi del mondo uscivano, creavano i loro meandri, rallentavano i corsi. Questo era il comportamento naturale del fiume, che si sfogava e quindi non andava a creare problemi a valle, dove c’erano le città.
Poi si è cominciato ad arginarli e poi ad alzare gli argini, imbrigliando il fiume che, quando rompe, diventa disastroso. Con le casse si cercano terreni idonei, come quello di fronte alla Scuola della guardia di finanza, che è prevalentemente agricolo e, con un’opera idraulica, quando c’è una piena si fa uscire e sfogare il fiume in questa cassa, cercando di abbassarne il colmo.
Quando poi la piena si calma, si chiude l’opera idraulica a monte, si apre quella a valle e si fa rientrare nel fiume. Questo darebbe una soluzione che consente di non avere più a valle il rischio idraulico che c’è oggi, e quindi di liberare terreni.
È realmente necessaria?
La necessità di fare queste opere, di cui mi assumo le responsabilità sul piano tecnico, è condivisa da tutti, anche quelli che sono contrari, solo che per quel principio bastardo di dovere sì fare queste opere, ma non sui propri terreni, ognuno vorrebbe spostarle più in là. Come gli inceneritori e i depuratori.
Torniamo al progetto.
Il progetto delle due casse era concordato con la Regione, con il sindaco, Massimo Cialente, con Bernardo De Bernardinis della Protezione civile, che essendo un idraulico ne capisce. Era stato già trasmesso per il finanziamento.
Poi ho voluto accettare questa discussione, che si è protratta per un mese circa, e che però, per venire incontro ai problemi del Comune, ha causato una modifica al progetto, non radicale: lo slittamento a monte della cassa, che ha obbligato la rivedere la situazione degli espropri.
Questo ha comportato la ripubblicazione degli atti per la Via (valutazione d’impatto ambientale, n.d.r.) e quindi ha ritardato tutti i tempi.
Le critiche sono fioccate. Si è parlato di cementificazione dell’Aterno.
Ma gli argini delle casse non sono fatti di calcestruzzo! Sono fatti con lo stesso criterio delle dighe in terra. Hanno in calcestruzzo solo l’opera idraulica che riceve l’acqua quando c’è troppo pieno nel fiume e un’altra opera idraulica a valle per farla rientrare nel fiume.
E l’esproprio dei terreni?
La gente era preoccupata, ma si espropriano solo i terreni del sedime dell’opera idraulica, non la cassa in se stessa: lì il proprietario mantiene le sue facoltà. E soprattutto, se c’è un’alluvione, per esempio dentro un frutteto, ha anche un risarcimento, cosa che ora non avverrà. E comunque chi vuole costruirci non può, né se si fanno le casse e nemmeno se non si fanno.
A oggi quali sono i tempi per partire?
I miei tempi da commissario sono un po’ più corti del normale. La pubblicazione che si farebbe in 60 giorni è ridotta alla metà, 30. Avendo già fatto tutta la discussione e la revisione del progetto, l’ho ripubblicato modificato il 26 novembre. Dopo trenta giorni finirà la Via, si risponderà a eventuali osservazioni che saranno arrivate e poi lo potrò mandare al Cipe.
Dovrò, però, finire la progettazione, perché dopo le modifiche l’intervento va riprogettato. Credo che tutto questo possa essere fatto entro l’anno.
A quel punto per far partire le opere quanto ci vorrà?
Dipende dai finanziamenti. Anche lì c’è stata la critica, “un’opera costosissima”. È un’opera che costa 50 milioni di euro, anche con le modifiche.
Ma i soldi ci sono o no?
Se ci sono o no lo stabilisce il Cipe. Io ho operato sulla base di un accordo di programma rinnovato l’anno scorso fra la Giunta regionale d’Abruzzo e il governo, firmato e controfirmato anche da Tremonti, Chiodi e Berlusconi, dov’erano scritti i vari blocchi di opere.
Al Cipe ci sono problemi a reperire fondi, ma insomma, mi pare che stiano recuperando anche i vecchi fondi Fas rimettendoli in circolo per le regioni, quindi…
Quindi?
L’ho seguìta sotto il profilo tecnico, quando poi va al Cipe andrò a sentire anche la parte finanziaria.
Qual è il secondo progetto?
Un piccolo progetto da 3,8 milioni che ho voluto tenere separato riguarda la messa in sicurezza della zona industriale di Pile, che andava fatta più rapidamente e lo dimostra il fatto che è andata sotto ieri.
Lì ci sono industrie, come la Menarini, che è venuta da me due anni fa, che avrebbero intenzione di investire, con ampliamenti e assunzione di personale, ma non lo faranno fino a quando non saranno più a soggette a questi rischi.
La gente dice che non andava fatta la zona industriale lì, ma ormai ci sono, mica puoi smantellare le aziende? È comunque una situazione che io mi sono ritrovato.
Veniamo all’ultimo progetto.
È ancora più rilevante, da 55 milioni di euro, comporta la sistemazione e il rifacimento di tutti gli argini, dall’Aquila fino a Molino Aterno, anche questi con terreno, pietrame. È comunque un progetto ancora molto preliminare, ma sarebbe la conseguenza immediatamente dopo le casse.
Basteranno questi tre passaggi per risolvere il problema una volta per sempre?
Questi tre progetti, se realizzati, dovrebbero portare a una soluzione definitiva. Inoltre, quando si dice che non tutto il male viene per nuocere, credo che, come anche successo in Veneto, dopo quello che è capitato qui, sarà difficile che ci siano ancora proteste.
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