L’AQUILA – “I social network sono il fulcro che ha messo in crisi la professione giornalistica, vanno usati con attenzione ma soprattutto è un grave errore pensare di frequentare un posto come Facebook sdoppiandosi a livello di personalità, non si fa il giornalista ma si è giornalisti sempre!”.
I social come “elemento di crisi nella professione giornalistica”, nell’intervento del presidente dell’Ordine d’Abruzzo, Stefano Pallotta, durante l’incontro di questa mattina presso l’Aula Magna dell’Istituto dei Scienze religiose all’Aquila, in occasione della festa di San Francesco Sales, a cui ha partecipato anche l’Arcivescovo dell’Aquila, il cardinale Giuseppe Petrocchi.
Il presidente ha ringraziato il cardinale per la sua presenza, auspicando inoltre che, “questa nomina, ampiamente meritata, consentadi portare ancora piu in alto le istanze della popolazione aquilana negli alti livelli della gerarchia vaticana”.
Un momento di riflessione per gli organi di stampa e una giornata di formazione intorno al tema del messaggio di Papa Francesco per la 53esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: “Siamo membra gli uni degli altri. Dalle community alle comunità”.
“Il mestiere del giornalista è legato a un’etica, a una deontologia e se lo ribadissimo anche in certi contesti, come sui social, con il nostro comportamento potremmo riguadagnare credibilità, con il metodo della critica delle fonti, della verifica, della capacità di saper attribuire significato, questo è l’antidoto migliore per contrastare anche il proliferare delel fake news”, ha ribadito Pallotta.
“Viviamo un periodo storico in cui sembra come se non ci sia necessità dei giornalisti per capire i fatti del mondo – ha continuato – dipeso molto dall’uso dei social, se un colpo c’è stato alla nostra professione è stato inferto proprio da questo. Si deve tornare a mediare, ad attribuire significato ai fatti, è necessario che si usino questi strumenti così come quelli tradizionali, la carta stampata, i giornali, la televisione, la radio. Facebook non è un mezzo diverso dove possiamo dare libero sfogo alle nostre frustrazioni”.
E il presidente ha ritenuto anche significativo l’intervento del Pontefice sul tema, “Papa Francesco ha fornito anche delle indicazioni e degli auspici su come dovrebbe essere interpretato il ruolo dell’informatore, ribadendo come debba esserci un impegno maggiore nella rispetto e nella ricerca della verità”.
“I social non insegnano il metodo – ha continuato – hanno indebolito la nostra autorevolezza e la capacità di dare significato ai fatti, tutto questo alimenta i pensieri di coloro che producono false informazioni e disinformazione o ritenendo che ormai ci si informi solo su questi canali senza aver più bisogno della mediazione giornalistica.
“Vedo colleghi che scrivono commenti che non esistono, che squalificano non solo la propria dignità professionale ma di un’intera categoria. Poi ci sono anche esempi di patologiche derive dal punto di vista della strutturazione della società, che vanno verso la violazione di carattere disciplinare. In linea generale interpretiamo i social come elementi di libero sfogo delle nostre frustrazioni che accumuliamo anche sotto il profilo professionale, lavorando nei giornali dove magari non ci fanno scrivere quello che vorremmo”, ha aggiunto.
Per il presidente, “il giornalista ha l’obbligo dal punto di vista etico di salvaguardare questa identità perché nel momento in cui c’è una dequalificazione di questa identità, c’è una ripercussione su tutto l’intero corpo”.
“Io credo che lo stesso meccanismo contenuto nei social che hanno indebolito la nostra professione è lo stesso che ci dà la possibilità di rimetterci al centro”, ha concluso.
“L’uso dei social risponde a un bisogno personale di far parte di una comunità – è stato il commento di Petrocchi – l’uomo tende al noi, l’io non sopravive a se stesso, verrebbe a soffrire di una asfissia esistenziale. Il fatto è che noi viviamo in un contesto culturale che grazie alla tecnologie informatiche ha moltiplicato i contatti e gli scambi ma non ha migliorato la relazione intesa come rapporto interpersonale”.
“C’è il rischio di operazioni transattive in cui la persona non esprime realmente se stessae non è in grado di darsi e ricevere l’altro. Io penso che occorra tener presente alcuni rischi della cultura contemporanea per poterci immettere in un tentativo di valutazione dei pericoli che attraversano questo universo mediatico”, ha aggiunto.
Secondo Petrocchi, “il primo rischio è quello di una cultura frammentata, un cosmo nel quale diventa impossibile orientarsi con una bussola condivisa, in questo contesto tutte le direzioni diventano legittime e ogni idea anche la più dissonante ha diritto di cittadinanza”.
Petrocchi ha definito il mondo dei social come “un nuovo sistema stradale nelle comunicazioni, in cui ogni tipo di veicolo ha diritto di transito e in cui non esistono segnali certi che diano la capacità di intercettare la falsità, come se non avessimo più il sistema immunitario e quindi soggetti a un virus”.
“Ma il problema non è il virus, è l’incapacità dell’organismo di identificare il nemico e di attivare quindi le operazioni di contrasto e difesa”, ha concluso.






