BERLINO – Deportati.
Glaciale e tremendo, il quotidiano inglese The Guardian nei giorni scorsi, poco prima della fine del 2013, ha pubblicato una notizia che in breve tempo ha fatto il giro del mondo: in Germania decine di migliaia di anziani sono costretti a lasciare la loro casa ed espatriare, verso Est, ma anche Spagna, fino ad arrivare in Thailandia, in strutture di ricovero meno costose che in patria. “I profughi della salute”, li chiama in italiano il Corriere della Sera.
Le cifre sono terrificanti: oltre 10mila pensionati tedeschi vivono in case di riposo ungheresi, ceche, slovacche, mentre gli altri altri se la cavano in strutture ucraine, greche, turche. Fino ad arrivare in Thailandia, “dove il potere di acquisto è superiore del settanta per cento”.
E si tratta di un fenomeno che aumenterà al ritmo del 5 per cento ogni anno, “perché attualmente sono già circa 400mila i tedeschi che non possono sostenere i costi di una struttura di accoglienza e di cura nel loro Paese”. In parole povere, curare gli anziani costa (anche) nel sistema tedesco che agli occhi di molti del sud Europa è sempre apparso come uno degli esempi migliori di welfare. L’austerity, però, ne risparmia pochi e si accanisce su molti ed ecco spiegato un vergognoso tracollo nell’economia leader dell’Unione Europea. Gli anziani, che se perdono il soldo non hanno altro per difendersi, se ne vanno, in moltissimi casi, con estrema riluttanza.
Dunque, la parola d’ordine dalle parti della signora Angela Merkel per mettere in salvo la popolazione più vecchia (o per levarsela dalle scatole, in Germania non si offendano): delocalizzare. E fare business, visto che diverse aziende stanno gioisamente aprendo sedi nei Paesi ‘ospitanti’ “per stipulare convenzioni col sistema sanitario tedesco e ‘ricevere’ i vecchietti spediti colà dalla Germania”.



