L’AQUILA – “L’Aquila è simbolo di rinascita perché ha saputo rialzarsi dopo le ferite ricevute e in quel rialzarsi ha avuto un compagno di cammino, silenzioso, sempre presente, l’esercito, le forze armate, lo Stato, la Repubblica di cui festeggiamo gli 80 anni. Ai nostri caduti associo quei 309 sorrisi che si sono spenti il 6 aprile del 2009 quando questa città, questo territorio fu colpito da una tragedia, da una tragedia che però ha unito in quel momento tutta l’Italia, tutto il Paese attorno alla ferita di questa città, di questa cittadinanza”.

Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel suo intervento nella cerimonia solenne per il 165° anniversario   della costituzione dell’Esercito italiano in piazza Duomo all’Aquila.

L’ultima delle cinque giornate è iniziata con la deposizione della corona di alloro al monumento caduti alla villa comunale all’Aquila da parte del Capo stato maggiore dell’esercito, generale Carmine Masiello, che poi è intervenuto sul palco di piazza Duomo, assieme a  al capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, davanti  allo schieramento di numerosi reparti in rappresentanza delle varie componenti dell’Esercito.

Ad essere insigniti il 151° reggimento Fanteria Sassari, il 7° reggimento Cimic, il 33° reggimento Ew, il 32° reggimento trasmissioni e il 17° reggimento artiglieria Sforzesca.

A seguire dimostrazioni con il volo di elicotteri e paracadutisti.

Alle 16 si chiuderà il villaggio Esercito, aperto il 1 maggio lungo corso Vittorio Emanuele e a San Bernardino che ha visto la presenza in 5 giorni di migliaia di persone.

“E’ nel momento del bisogno e nel momento di difficoltà che si riconoscono le nazioni, gli stati, le istituzioni. Non quando tutto va bene, quando nessuno ha bisogno di nulla – ha aggiunto Crosetto -. E nel momento della tragedia, della difficoltà, della solitudine, della paura, che ognuno di noi si guarda attorno e cerca una mano a cui tendere, vedete quella mano molto spesso è quella dei servitori dello Stato, dell’esercito che festeggiamo oggi, la Marina, le aeronautiche, i carabinieri, la polizia, i vigili del fuoco, chi rappresenta l’istituzione e fa quello che fa non a titolo personale ma in quanto rappresentante dello Stato e della Repubblica”.

Un pensiero poi all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin e al “mondo impazzito”.

“Una città come l’Aquila, che ha 70.000 abitanti, sul fonte ucraino, durerebbe due mesi. Sono infatti 35.000 i russi che muoiono sul fronte ucraino ogni mese, che muoiono per conquistare un chilometro quadrato. Noi abbiamo un mondo che è impazzito – ha aggiunto il ministro -. All’interno di questo mondo impazzito il nostro dovere, quello delle forze armate e dell’esercito, è di garantire che questa nazione, qualunque cosa possa succedere, e che non succederà mai, sia in grado di difendersi”.

Ha infine aggiunto: “Pensateci bene, ognuno di noi sarebbe disposto a sacrificarsi e a morire per i propri figli. Ognuno di noi, ogni genitore, ogni padre, ogni madre sarebbe disponibile a dare la propria vita per difendere i propri figli, è un atto naturale, perché siamo uomini e donne, quanti di noi sono disposti a farlo per i figli degli altri, per gente che non conoscono, per gente che non hanno mai visto. Ebbene, c’è una parte del paese che ha giurato di fare la stessa cosa che ognuno di noi sarebbe disponibile a fare per i propri figli anche per i figli degli altri, per le nostre madri, per le nostre sorelle, per i nostri fratelli. Sono le forze armate, le forze di polizia e l’esercito italiano che festeggiamo oggi”.

Sulla pace che si difende con la deterrenza si è soffermato anche il generale Masiello.

“Il 1946 fu l’alba di un mondo nuovo, un mondo che usciva dalle macerie di una guerra devastante, con un’Italia ferita, provata, ma capace di rialzarsi con dignità, coraggio e speranza. Un’Italia unita da un desiderio potente e universale, non rivivere mai più l’orrore del conflitto. E da quel desiderio è nato il più alto testamento dei valori del popolo italiano, la sua eredità più preziosa, la Costituzione Repubblicana. A distanza di 80 anni, in un mondo profondamente cambiato, proprio quell’orrore che pensavamo consegnato alla storia è tornato a bussare alle porte e ci impone di abbandonare l’illusione di una pace garantita per sempre e di riconoscere la responsabilità collettiva che ne deriva. Non basta dire ‘non vogliamo la guerra’. Purtroppo, e lo vediamo, quando la guerra arriva non chiede permesso. Bisogna accettare un’idea semplice. La pace ha un prezzo. E quel prezzo passa anche da un esercito e forze armate che per struttura, mezzi, dimensioni e qualità siano capaci di esercitare una deterrenza reale. Ma lo strumento militare è solo una parte del tutto. È dentro una consapevolezza più profonda, fatta di impegno condiviso e, ripeto, responsabilità collettiva”.

E’ la volta del capo di Stato Maggiore della Difesa Portolano.

“Dietro ogni soldato c’è una famiglia, una famiglia affettiva che serve l’Italia insieme a lui. Quella famiglia che ogni giorno accetta di rinunciare alla quotidianità, accetta di rinunciare alla presenza del proprio caro in uniforme per lunghi periodi di tempo affinché questo possa dire sempre di sì al servizio per il paese, al servizio per l’Italia”.

Ha poi ricordato un episodio di vita che lo lega all’Aquila.

“Ero un bambino quando la terra tremò nella valle del Belice, nel lontano gennaio del 1968. Ricordo il silenzio che seguì a fragore, quel silenzio pesante, irreale. Le cui voci delle persone cercavano risposta tra il macere, ma ricordo per aspettanza e nitidezza l’arrivo dei soccorritori, l’arrivo dei soldati, la loro presenza fu in quei giorni qualcosa di più di un soccorso, fu un gesto di umanità, fu la prova concreta che l’Italia non ci aveva abbandonati e sono certo che le stesse sensazioni le abbiano provate i bambini aquilani di allora. Da quell’esperienza ho tratto una convinzione che il tempo mi ha confermato: l’esercito così come tutte le forze armate è un presidio di sicurezza, è un presidio di civiltà, è il voto dello Stato che si tira verso i più fragili, che porta a sollievo dove il dolore sembra non lasciare spazio alla speranza, lo stesso voto che non ha mai smesso di mostrarsi anche dopo i giorni drammatici del sisma in Abruzzo”.