L’AQUILA – C’è Elisabetta, che ogni giorno sale su un autobus e si mette alla guida, con la testa alta contro il pregiudizio del “donne al volante pericolo costante”. C’è Daniela, longilinea e molto bella, atleta talentuosa di uno sport considerato prettamente “maschio”, il rugby. C’è poi Valeria, vigile del fuoco che non ha nulla da invidiare ai colleghi maschi.

Sono le tre protagoniste dello speciale di AbruzzoWeb, che racconta la giornata internazionale dell’essere donna da una prospettiva privilegiata: quella di chi sa cosa vuol dire fare un mestiere che la società continua a vedere come maschile, pur essendo donna.

Tre storie che fotografano la situazione attuale, in cui il mercato del lavoro e il mondo dello sport non sono più ‘sessuati’, ma ancora in parte sessisti.

ELISABETTA: GUIDO GLI AUTOBUS CONTRO GLI STEREOTIPI

Elisabetta Sebastiani ha 39 anni e da 9 guida gli autobus dell’Ama (Azienda mobilità aquilana). Non è la sola: con lei altre 4 donne hanno sfidato il pregiudizio che le vuole tutte incapaci di guidare.

E allora si è seduta al posto di guida e ha imbracciato il volante dell’affermazione delle proprie capacità, indipendentemente dal suo sesso.

Cosa facevi prima di diventare autista?

Facevo tutt’altra cosa. Lavoravo come segretaria in uno studio medico.

Come è nata la passione per la guida?

Vengo da una famiglia di autisti. Mio padre ha fatto l’autista, anche lui per l’Ama, ed è lui che mi ha trasmesso questa passione. Guidare mi è sempre piaciuto, è un lavoro che ti permette di stare sempre in giro, all’aria aperta, conoscere gente. Certo, è un mestiere che ha anche i suoi rischi e pericoli.

Ti sei trovata ad affrontare in prima persona lo stereotipo della “donna al volante pericolo costante”?

Ci sono stati un paio di episodi, che ovviamente ho affrontato con il sorriso. Una volta stavo facendo il servizio navetta alla funivia del Gran Sasso. Alcuni ragazzi appena mi hanno vista hanno esclamato “ah, un’autista donna!”, con il tono di chi voleva intendere “chissà se ci porta vivi a destinazione!”. Un altro episodio del genere mi è capitato quando ero entrata da poco a lavorare, con una signora anziana che stava salendo sull’autobus nel paesino di Camarda. Appena ho aperto la porta del mezzo, mi ha guardata e ha detto: “ma oggi l’autista non c’è?”, come se io non potessi assolutamente esserlo!

Come rispondi a queste situazioni?

Con il sorriso! Non dò peso a queste cose, anzi mi scatta l’orgoglio femminile. Molti complimenti sul modo di guidare arrivano proprio dalle donne. Siamo sicuramente meno superficiali e più “dolci” nel modo di portare il mezzo.

Da parte dei colleghi, che trattamento ricevete?

I colleghi maschi più giovani non fanno sentire alcuna differenza tra noi e loro. Qualche collega più anziano sì, ancora sono scettici sulla scelta di aprire il mestiere alle donne. Per loro l’autista è solo ‘maschio’.

Diventare autista, per una donna, è più difficile?

Sicuramente. Lo dimostra il fatto che siamo 5 donne su un totale di 100 autisti. Certo, rispetto al passato è una conquista. C’è anche da dire che siamo all’Aquila, già in realtà grandi come Roma i numeri sono più alti.

Cosa hai dovuto fare per diventare autista?

Esami scritti e orali, poi anche la prova pratica alla guida. Ho preso, inoltre, la patente D pubblica.

Qual è la maggiore difficoltà che incontra una donna in questo mestiere?

Gli orari notturni. La sera ti trovi a fare servizi di trasporto con gente ubriaca, appena uscita dalle discoteche. Abbiamo fatto richiesta di un’altra turnazione. È comunque una situazione difficile anche per i colleghi uomini, che hanno chiesto il doppio agente a bordo, però ancora non concesso. Poi c’è la stanchezza. Lavoriamo 7 ore e un quarto al giorno, a volte ti alzi alle 4 di mattina. Per una donna è complicato, specialmente se hai figli. Io ho una bambina ed è impegnativo. All’ora di pranzo non ci sei mai sia se lavori di mattina che di pomeriggio, perché c’è l’uscita delle scuole da fare.

Lo cambieresti con un altro lavoro?

Ho un lavoro sicuro e uno stipendio fisso, quindi non mi lamenterei mai. Però se potessi scegliere, farei un mestiere diverso, che si equivalga a questo come retribuzione e abbia orari più gestibili per potermi permettere di fare la mamma.

DANIELA: ESSERE RUGBISTE E FEMMINILI? SI PUO’!

Un mondo considerato come prettamente maschile come il rugby, all’Aquila ha un’oasi di femminilità quasi inaspettata.

Daniela Colagrande è una giocatrice e dirigente della ‘Asd rugby – Belve neroverdi’, una società sportiva unica nel mondo del rugby. È spigliata e ha una bellezza che sorprende, se si segue lo stereotipo che vuole le rugbiste mascoline e dalla stazza imponente.

Come è nata la vostra società e cosa ha di così speciale? 

Siamo una squadra che gioca nel campionato di serie A nazionale, un campionato che prevede trasferte in tutta Italia e per questo motivo molto costoso. Proprio per questo motivo negli anni ci siamo sempre appoggiate a squadre di rugby maschile aquilane, ma ogni volta a fine anno c’erano problemi di bilancio che ci hanno costretto, spesso, a dover attingere alle nostre finanze per poter terminare il campionato. 

Così questa estate ci siamo riunite per decidere cosa fare. Eravamo 30 ragazze, un bel numero e così ci è venuta un’idea: perché non fare una società tutta nostra? E così dallo scorso settembre abbiamo fondato una società di rugby femminile, la prima in tutta Italia che non si appoggia a una squadra maschile. 

Come è composta e organizzata la società? 

Viste le esperienze passate abbiamo voluto fare in modo che si pensi realmente e prima di tutto alla squadra, per questo le cariche maggiori della società sono interne. La nostra presidente, Francesca Alfonsetti è anche una giocatrice, la nostra vicepresidente, Paola Pasta è anche capitano della squadra e io sono sia giocatrice che dirigente. Proprio perché siamo l’unica società di rugby femminile indipendente, siamo state designate come squadra tutor di tutte le squadre femminili abruzzesi. 

È difficile per una donna giocare a rugby senza essere vittima di pregiudizi? 

Il problema principale è che si pensa che una donna per giocare a rugby debba essere un maschio mancato, ma noi stiamo lavorando molto per far capire che non è così. Stiamo portando avanti un piccolo tour per il reclutamento, in giro per la città: si chiama ‘Belve in the city’. Andiamo in giro per i locali aquilani a dare volantini per sensibilizzare le persone al rugby femminile e per far capire che non serve pesare un quintale per giocare. 

Qual è lo slogan per questa ‘campagna di reclutamento’? 

“La grande sfonda, la piccola si infila e la veloce corre. In una squadra di rugby c’è posto per tutte”. È uno slogan molto semplice, ma efficace. Il rugby è uno sport dove il gioco di squadra è fondamentale e vogliamo far capire a tutte le ragazze che non è importante la stazza fisica, ma come si gioca insieme. 

Il vostro rapporto con la città? 

Stiamo allargando i nostri contatti. Dalla settimana prossima inizierà un ‘progetto scuola’ che ci permetterà l’anno prossimo di creare una squadra Under 16 e siamo in contatto con la scuola media Alighieri per vedere se, in collaborazione con loro, riusciremo ad avviare anche una squadra di Under 14. Stiamo puntando molto sul nostro vivaio per avere ricambio generazionale e per coinvolgere sempre più ragazze. 

In questi giorni, inoltre, ci stiamo tenendo in contatto con il centro antiviolenza dell’Aquila. Fino a quest’anno, infatti, eravamo testimonial di un’associazione internazionale, ma poi ci siamo domandate: perché non prendere contatti con associazioni aquilane? Con le donne del centro antiviolenza ci siamo trovate subito benissimo, loro sono entusiaste per questa collaborazione e anche noi, dobbiamo solo rendere effettiva questa partnership.

Il campionato come sta andando? E il primo anno di questa società? 

Diciamo che sta andando così così, ma ce l’aspettavamo, è stata quasi una nostra scelta. Quest’anno nella squadra titolare ci sono 6 ragazze under 18 che giocano per la prima volta in un campionato di rugby a 15. Abbiamo pensato di gestire questo anno come se fosse un tirocinio, l’obiettivo non è sempre vincere facile, a volte dà frutti maggiori preparare delle giovani leve. Questo è un anno di passaggio, ma è importantissimo perché ci permetterà di presentarci ancora più forti l’anno prossimo. 

Per quanto riguarda la società è veramente un’esperienza grandiosa. Nessuno credeva in noi e molti pensavano che non saremmo arrivate neanche a fine anno. Noi invece ci facciamo forza a vicenda. Abbiamo avuto un grande sostegno morale anche dalla Federazione nazionale che ha visto di buon occhio la nostra idea. Speriamo che in futuro anche altre società femminili abbiamo in coraggio di seguire questo percorso.

VALERIA VIGILE DEL FUOCO: “OPERATIVA AL 100% COME GLI UOMINI”

Bionda, minuta, dal carattere d’acciaio. Valeria Verzulli non ha paura di invadere campi ritenuti tradizionalmente maschili, dal lavoro all’impegno sociale e politico. Senza tralasciare la famiglia, essendo madre di due figli adolescenti. 

Valeria è un vigile del fuoco discontinuo. Vale a dire?

Sono a tutti gli effetti un pompiere, ma vengo chiamata per coprire le esigenze di servizio del corpo che si suddivide in effettivi e discontinui. Ci richiamano ad esempio nei periodi di ferie in un casi di malattia oppure quando si verificano particolari calamità naturali, come è accaduto in occasione del terremoto aquilano. 

Sei stata inviata a prestare soccorso alle popolazioni terremotate?

Sì. E quella è stata una delle esperienze che maggiormente mi hanno segnata, ma anche formata, arricchendomi dal punto di vista personale.

Fai parte del comando dei Vigili del fuoco di Chieti, ma ti occupi di ruoli amministrativi o svogli tutti i compiti dei tuoi colleghi maschi?

Sono operativa al 100 per 100 come i miei colleghi e devo dire che con loro ho ottimi rapporti.

Nessun problema sin da subito?

Inizialmente non è stato facile. Ma con impegno e perseveranza, che d’altronde noi donne mettiamo in tutto quello che facciamo, sono riuscita ad avere la fiducia e l’apprezzamento di tutti. E ne vado molto fiera. 

Non senti di avere qualcosa in meno rispetto ai tuoi colleghi uomini sul piano della forza fisica?

Ho imparato che sul campo non è tanto importante la forza delle braccia, quanto quella di volontà. Ci sono poi particolari casi in cui l’apporto di una donna risulta determinante e risolutivo. 

Non ti è capitato di suscitare meno fiducia degli uomini mentre stai svolgendo mansioni lavorative?

Sì, qualche volta mi è capitato. Soprattutto quando mi trovo di fronte a uomini di età avanzata. Devo dire, però, che è solo una sensazione iniziale, perché dopo si ricredono. Non ho mai avuto, invece, questo tipo di problema quando ho a che fare con altre donne.