VASTO – “Vogliamo capire perché vivere in autosufficienza, immersa nella natura, seguendo uno stile di vita che sempre più famiglie — in Italia e nel mondo — stanno scegliendo con più presenza, meno consumismo, più consapevolezza, più libertà e più umanità, lo si ritenga inadeguato. Questa famiglia non risulta aver commesso alcun reato, non risultano maltrattamenti, non risultano pericoli, non risultano condizioni di degrado. Possiamo dire una perfetta famiglia amorevole dove la presenza genitoriale è costante e sana, per una buona ed equilibrata crescita dei figli”.
Esordisce così l’associazione Attivismo – “Progetto Vegan-movimento apartitico e apolitico in difesa degli animali e della libertà di informazione”, per voce di Maria Teresa Corradini, in una lettera inviata alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di L’Aquila, al Procuratore della Repubblica David Mancini, alla Prefettura di Chieti Gaetano Cupello, al dirigente dei Servizi Sociali della Provincia di Chieti, al dirigente Ufficio Scolastico Regionale Abruzzo, al presidente del Tribunale per i Minorenni di L’Aquila e al sindaco del Comune di Vasto Francesco Menna.
LA NOTA
Da settimane assistiamo e osserviamo la vicenda della famiglia Birmingham/Trevallion. Una famiglia amorevole di madrelingua inglese, che vive in un casale rurale della provincia di Chieti, rischia la separazione senza motivo.
Vogliamo capire “perché vivere in autosufficienza, immersa nella natura, seguendo uno stile di vita che sempre più famiglie — in Italia e nel mondo — stanno scegliendo con più presenza, meno consumismo, più consapevolezza, più libertà e più umanità”, lo si ritenga inadeguato.
Molte persone, famiglie e intere comunità da tempo si stanno orientando verso una vita più consapevole a contatto con la natura, scegliendo fra camper, tiny house, vita off-grid, per un ritorno ai cicli naturali. Con una educazione diretta e generalmente con tempi più umani e più lenti. Parliamo di un movimento reale, globale, legittimo e non un’anomalia, come il trattamento riprovevole riservato alla famiglia in questione.
Secondo le informazioni pubbliche, “questa famiglia non risulta aver commesso alcun reato, non risultano maltrattamenti, non risultano pericoli, non risultano condizioni di degrado.” Possiamo dire una perfetta famiglia amorevole dove la presenza genitoriale è costante e sana, per una buona ed equilibrata crescita dei figli.
Eppure spiacevolmente è stata coinvolta in un procedimento invasivo e incomprensibile.
In questi giorni apprendiamo inoltre dai video pubblici, che si parla di sospendere l’allontanamento, ma di imporre un tutore.
E allora la domanda sorge spontanea: “con quale logica un tutore dovrebbe essere imposto a una famiglia con entrambi i genitori presenti, attivi, amorevoli”? Quando la maggior parte dei bambini italiani oggi cresce tra cellulari, cibo spazzatura, cattive abitudini di vita, babysitter, assenze educative, sedentarietà, bullismo, mancanza di rispetto generale, violenze sugli animali e generalmente fragilità sempre più diffuse?
Se la “presenza” è un criterio, allora la maggioranza delle famiglie italiane dovrebbe avere un tutore. Se la natura è un criterio, allora tutte le famiglie che vivono in campagna dovrebbero averne uno.
Se l’autosufficienza è un criterio, allora tutti i camperisti, le comunità ecologiche, chi vive in libertà, dovrebbero essere sotto osservazione.
Chi chiediamo giustamente quale sia qui la logica reale?
In Italia l’obbligo è di istruzione, non di frequenza scolastica, e l’istruzione parentale è riconosciuta. Inoltre una famiglia di madrelingua inglese non è tenuta ad un percorso scolastico in lingua italiana.
È allora resta da chiedersi: quale norma nello specifico sarebbe stata violata?
Gli artt. 330–333 del Codice Civile richiedono fatti attuali, gravi e documentati. In questo caso della famiglia Birmingham/Trevallion quali sarebbero esattamente?
Secondo quanto emerge: non risultano malnutrizione, malattie, condizioni igieniche inadeguate e pericoli psicologici o sanitari, i bambini appaiono sani, sereni, sorridenti e non affatto impauriti. Inoltre hanno dichiarato di non essersi trovati a loro agio frequentando la scuola pubblica.
Ci chiediamo: Quali elementi concreti sarebbero stati rilevati, con quale perizia tecnica e secondo quale criterio normativo o protocollo sono stati valutati? Vivere senza acqua corrente o con sistemi alternativi non è reato, così come la doccia in termini moderni non è prevista da alcuna legge, con inoltre minor spreco di risorse rare come l’acqua. Possiamo affermare che le scelte ecologiche non costituiscono affatto abbandono, ma reale consapevolezza, poiché la natura non è un pericolo: è un valore?
Alla luce di questa approfondita analisi, ci chiediamo perché questa famiglia sia stata trattata come “un caso”? Da quali elementi oggettivi nasce questa decisione?
In un territorio — ricordiamolo — dove problemi enormemente più urgenti richiedono attenzione, quali: randagismo fuori controllo, mancanza di fondi, violenze su animali, emergenze sociali reali,
perché concentrare tempo, energie e risorse su una famiglia che vive in pace, senza chiedere nulla allo Stato, senza gravare sul sistema sanitario, e che cresce bambini sani, presenti e rispettosi?
La Convenzione ONU tutela il diritto dei minori stranieri a mantenere lingua, cultura, identità.
Questo aspetto è stato considerato?
La Legge 184/83 richiede gradualità, sostegno e accompagnamento, non interventi drastici.
Sono stati applicati?
Chiediamo che associazioni, garanti, difensori civici, organizzazioni dei diritti umani e media: verifichino autonomamente l’assenza di rischi reali, accertino che vi sia proporzionalità; monitorino che non ci siano discriminazioni contro stili di vita naturali e legittimi; diano voce a un caso che riguarda non solo questa famiglia, ma tutte le famiglie che scelgono consapevolezza, presenza e natura.
Questa famiglia non è un problema per il sistema bensì un esempio raro di armonia, responsabilità, coscienza e libertà.
E in un Paese che a parole difende la diversità, l’educazione, la famiglia e la libertà personale, nessuna istituzione ha il diritto di ostacolare una scelta di vita che la legge non vieta.
Chiediamo semplicemente che sia fatta luce con trasparenza, coerenza e rispetto verso una famiglia che ha il solo difetto di vivere in armonia ed equilibrio.
E fino a quando questo caso rimarrà aperto, continueremo a fare domande, a chiedere chiarezza, a difendere la libertà familiare e il diritto fondamentale di vivere in natura, in presenza e in consapevolezza.






