L’AQUILA – “Una mattina ti svegli e ti rendi conto di non avere più una casa, né una terra, niente di niente. Israele ha occupato con la forza un territorio e distrutto le speranze di un intero popolo, oltre alle speranze di pace in una zona del mondo decisiva per le sorti di tutti noi”.
Due anni fa, in una sola settimana Fabio Pelini ha compreso appieno il dramma a sangue caldo dei palestinesi, il dramma che sembra non finire mai, negli ultimi giorni riesploso in tutta la sua tremenda grandezza con gli attacchi israeliani su Gaza, i morti, i feriti, l’uccisione eccellente del comandante militare di Hamas, Ahmed Jaabari.
“Per me – spiega Pelini – aver vissuto questa storia dal suo interno, seppur in minima parte, significa moltissimo. Ho visto i particolari che fanno la differenza e ti aprono gli occhi più dei libri, dei film, dei documentari. La realtà palestinese vista dal vivo è ancora più incredibile, ancora più assurda di quanto si pensi ma in Occidente, quanto è accaduto e accade ancora nei territori occupati, importa a pochissime persone”.
Dal 28 luglio al 4 agosto 2010, l’attuale assessore all’Assistenza alla popolazione, con una delegazione di una ventina di persone da tutta Italia organizzata dal dipartimento Esteri di Rifondazione comunista ha messo piede nei territori occupari. Insieme a Pelini, gli altri abruzzesi Enrico Perilli, Walter Miraldi e Paola Giammaria.
Una settimana nei luoghi della guerra e del dolore, per spalancare gli occhi su Gerusalemme, Haifa, Gerico, il Monte della Tentazione, Ramallah, al Check point Calandia e poi Hebron, Betlemme, Jenin, Nablus, Tel Aviv. Una settimana per capire se quanto studiato di questa parte di mondo corrispondesse poi alla viva realtà.
Pelini aveva approfondito i suoi studi sulla Striscia di Gaza, ma gli mancava la prova de visu. Che è arrivata a un anno di distanza dal sisma dell’Aquila. Dalle macerie ancora dense di polvere dell’Abruzzo sfregiato alle macerie diventate regola, che raccontano la barbarie di una vicenda impossibile da capire a fondo se si dà ascolto a quasi tutti i grandi mezzi di informazione.
“La verità sul conflitto fra Israele e Palestina non passa fino in fondo – spiega Pelini ad AbruzzoWeb – e non sto qui a evocare lo spettro delle lobby ebraiche e dei vari potentati in ballo. Come in Occidente, anche in Italia ormai si fa fatica a spiegare cosa succede in Medio Oriente, nonostante la sinistra e a suo tempo la Democrazia cristiana avessero fatto propria la politica filo-araba e filo-palestinese”.
La settimana passata in Palestina ha confermato ciò che già conosceva di quelle zone?
Non pensavo che si trovassero in condizioni così gravi. Sapevo che le forze in campo non erano le stesse, ma lì, dal vivo, il quadro è decisamente peggiore di quanto si possa immaginare. Il mondo, specie il mondo occidentale, capirebbe molto di più se per esempio vedesse come funziona il controllo di erogazione dell’acqua, specie in determinati momenti storici, da parte degli israeliani in territorio palestinese. Idem se tutti vedessero come un muro in via di prolungamento separi gli stessi palestinesi, permettendo agli israeliani di appropriarsi di ulteriore territorio e impedendo alla gente del posto di vivere quel poco di vita normale che gli rimane.
Così, persino andare a lavorare anche a breve distanza da casa diventa un’impresa. Devi alzarti prestissimo, passare i controlli dei soldati israeliani e allungare di parecchio il percorso. È anche a causa di questi particolari che il livello dello scontro è arrivato a livelli insostenibili. Ecco perché non deve stupire la forza di Hamas. Io sono assolutamente contrario alla guerra e al terrorismo, ma la storia non prende una determinata piega per puro caso. Da una parte c’è Israele che bombarda con i missili, dall’altra chi risponde con l’unica arma che conosce, gli attentati, perché non vede altre soluzioni, né vie d’uscita diverse. Certo, ci ha messo del suo anche il raggruppamento legato a Yasser Arafat, ex leader di al-Fath, Alp e Olp, incapace di portare risultati concreti e accusato di corruzione dalla gente palestinese.
Qual è lo stato d’animo delle persone comuni che ha conosciuto? E la percezione del dramma che esse vivono?
Mi affido all’esempio della Cuba che ho visitato personalmente, quella del “periodo especial” e del cibo razionato. I cubani che ho incontrato io vivevano un momento non facile, quindi lo stato d’animo non era dei migliori. Gli amici e i compagni che hanno visitato Cuba successivamente, al contrario, hanno vissuto un’atmosfera completamente diversa, più felice. Nei palestinesi, invece, ho visto l’orgoglio in mezzo alla rassegnazione, l’orgoglio di chi sa perfettamente come si è arrivati a vivere a questa grande tragedia, l’orgoglio che viene fuori in maniera forte solo quando ci si aggrappa ai ricordi, o quando ti raccontano dei combattimenti, del loro resistere alla barbarie, ma con un profondo senso di rassegnazione. Sanno perfettamente di lottare contro un nemico molto, molto più forte. L’immagine più calzante delle forze in campo, dell’asimmetria del conflitto, è quella del bambino che lancia il sasso contro i droni guidati via satellite.
Il giudizio nei confronti degli italiani e degli occidentali?
I palestinesi conoscono perfettamente la situazione internazionale e, nel nostro caso, la posizione dell’Italia in questa guerra, anche se l’ex premier Silvio Berlusconi ha cambiato rotta rispetto a qualche anno fa. Di fatto, l’Italia della Prima Repubblica riconosceva le ragioni del popolo palestinese.
La rabbia, semmai, viene destinata sia verso l’interno, verso al-Fath per capirci, sia verso le grandi potenze mondiali che appoggiano Israele, ma vengono comunque riconosciuti gli sforzi e il lavoro delle Organizzazioni non governative (Ong) che appoggiano la Palestina, nonostante la provenienza da Paesi considerati nemici. Riconoscono, insomma, chi si schiera a favore dei palestinesi al di là delle posizioni ufficiali dei governi. Se a un palestinese fai il nome di Luisa Morgantini (europarlamentare, ndr), sa chi è e cosa ha fatto per la Palestina. Lo stesso vale per chi si è impegnato e si impegna per la causa.
Domanda banalissima: si chiedono mai “perché Israele ci fa tutto questo?”.
Non se lo chiedono più, o se lo chiedono in parte, da quando lo scontro si è definitivamente radicalizzato. Durante la nostra permanenza abbiamo incontrato alcuni tra i più miti e comprensivi esponenti di Hamas, comunque un partito politico riconosciuto che ha vinto le elezioni, pure se all’Occidente delle bombe la democrazia di chi non è considerato amico dà parecchio fastidio, in pratica non è democrazia. Hamas, spiegano gli stessi membri, vuole il riconoscimento dello Stato palestinese, ma non si trova nessuna via d’uscita politica al conflitto. E la contesa, la lotta su chi è più puro tra al-Fath e Hamas, ostacola il raggiungimento dell’obiettivo. Mentre il conflitto si inasprisce, questa continua discordia non fa altro che peggiorare le cose.
Cosa ha capito in concreto dalla occupazione israeliana?
Mi sono reso conto di come si può occupare un territorio metro dopo metro, la colonizzazione metro dopo metro. Costruiscono case ovunque, le riempiono di militari e piantano la bandiera israeliana per impadronirsi ufficialmente del territorio. Eravamo talmente increduli da non riuscire a comprendere come fosse possibile giustificare una situazione oltre l’assurdo. E la risposta ci ha lasciati ancora più increduli. Questa è casa tua? Da oggi in poi non lo è più. I soldati tirano fuori un documento di 150 anni fa su cui c’è scritto che in quel luogo viveva il prozio di un israeliano, quindi è di proprietà israeliana.
Ma la giustificazione ideologica, ne sono sicuro, prende spunto dalla Shoah, una delle più grandi tragedie della storia. Israele, è chiarissimo, si sente legittimato a fare qualsiasi cosa fino ad arrivare a ripetere su un popolo inerme ciò che Israele stesso ha subìto. Per fortuna, nella società israeliana esiste una parte sana, pacifista, progressista, pronta a riconoscere la Stato palestinese immediatamente. Penso agli intellettuali come David Grossman e Ilian Pappe, ma non solo. Credo che di israeliani consapevoli del dramma palestinese ce ne siano parecchi.
L’incontro che l’ha segnata di più durante la permanenza?
Ammetto che tutti hanno avuto un significato particolare. Forse, l’aver incontrato i rappresentanti di Hamas mi ha lasciato qualcosa di inaspettato. Ho avuto qualche timore culturale nell’approccio all’incontro, oltre alla paura, ovvia, che si prova quando si incontrano persone tenute sotto controllo dai servizi segreti più potenti del mondo ma, se così si può dire, ne è valsa la pena. Sentire la voce ‘viva’ di chi ha subìto la durezza delle carceri israeliane mi ha portato direttamente al cuore pulsante del conflitto. “La nostra è una resistenza in una guerra di lungo periodo”. Un motto che corrisponde al vero.
Un’immagine che le torna in mente più spesso?
I reticolati a Hebron, che testimoniano la pseudo convivenza tra israeliani e palestinesi, con le strade piene di reticolati che difendono i secondi dal lancio dall’alto di escrementi umani, bottiglie di vetro e qualsiasi altro oggetto da parte dei primi.
I palestinesi come cercano di mandare avanti la resistenza, specie quella culturale, in un territorio occupato?
Contano molto, moltissimo, sulla solidarietà internazionale, approfittando della presenza di stranieri per spedire il loro messaggio al mondo, magari con gli ultimi aggiornamenti, perché il controllo dell’esercito israeliano è ferreo e tocca ogni livello possibile e immaginabile. In un check-in di un aeroporto, ho evitato di dire dove avessi acquistato un libro su Hebron. Gli accompagnatori ci avevano messo in guardia consigliandoci di nominare un posto considerato non pericoloso per Israele. Non penso mi abbiano creduto, però mi è andata bene. Ho rischiato di essere trattenuto, come capita a tanti visitatori. Ai controllori interessa solo la sicurezza. A qualunque costo.
Lo stato di salute della condizione delle donne palestinesi in questo momento storico?
Peggio rispetto al periodo di al-Fath con il suo islamismo moderato, che permetteva in una certa misura l’occidentalizzazione. Oggi le esigenze delle correnti islamiste più radicali come Hamas portano a un aumento dell’oscurantismo che io da uomo che crede nei valori della sinistra occidentale non posso condividere, ma che comprendo dal punto di vista della violenza e dall’esasperazione prodotte dall’inasprimento del conflitto. Purtroppo, il nemico che viene da Occidente è giudicato sotto ogni aspetto, dalla cultura ai costumi.
Quale potrebbe essere il punto di ripartenza, di rinascita economica, in un ipotetico ritorno alla normalità?
Oggi si arrangiano con un po’ di commercio, strozzato però dall’embargo, una misura pesantissima per l’economia. La Palestina possiede delle bellezze turistiche invidiabili, se fosse uno Stato riconosciuto attrarrebbe milioni di turisti.
In questi giorni di attacchi israeliani non vengono risparmiati neanche i bambini, come sempre. Lei li ha visti da vicino.
Non gli è stata tolta la libertà di giocare, ma la loro età dell’innocenza, che dovrebbe essere pura e senza pensieri, è segnata dalla guerra.
Ricordo perfettamente un bimbo di Nabus che volle parlarci per forza e raccontarci la sua esperienza nella seconda Intifada cui prese parte anche lui, con un lancio di sassi. Se sei un bimbo e vivi da subito un mondo di atrocità, non puoi fare altro che crescere con la rabbia nei confronti di chi quella atrocità le commette. La disperazione, in Palestina, alleva generazioni di kamikaze, ecco perché è una follia non arrivare alla pace rispettando le risoluzioni dell’Onu, per permettere a Israele e Usa di continuare a violare le leggi più elementari senza essere sanzionati.
Lei che idea ha rispetto alle soluzioni di una questione complicatissima e lunga più di un secolo?
La comunità internazionale deve costringere Israele a rispettare la Palestina mentre ognuno di noi, a vari livelli, ha l’obbligo morale di impegnarsi a far girare le informazioni corrette sulla questione palestinese, la questione delle questioni nel mondo arabo. L’instabilità di quell’area è un pericolo per tutti, non possiamo continuare a fare finta di nulla.




