L’AQUILA – “Il progetto di ricostruzione complesso ex Zecca di L’Aquila non sia un’altra mancata opportunità di rinaturalizzazione fluviale, in un’area a pericolosità elevata o molto elevata rispetto al rischio inondazioni. Anche quando si tratta di ricostruzione privata, la politica dovrebbe infatti assumersi la responsabilità di guidare il processo assicurandone la sostenibilità ambientale”.

La sollecitazione arriva da Francesco Cerasoli, membro del Direttivo del WWF Abruzzo Montano, in riferimento al progetti in essere per il recupero del polo industriale da tutti conosciuto come la “ex Zecca” dell’Aquila, dietro la stazione ferroviaria, tra il fiume Aterno e il torrente Vetoio ai piedi del colle di Roio, che definitivamente abbandonato a seguito di pesanti danni provocati dal sisma, e che nel tempo ha ospitato uno stabilimento tessile, poi la Thales Alenia, prima del terremoto del 6 aprile 2009.

Il progetto di ricostruzione del complesso industriale gode di un contributo ammesso di 59,7 milioni di euro.

“Vista l’enorme importanza storico-culturale del complesso ma anche la sua posizione in un contesto di notevole valore naturalistico, alla confluenza di due corsi d’acqua appunto, incastonato tra la collina di Roio e gli orti storici del Borgo Rivera, il WWF Abruzzo ha effettuato lo scorso settembre un accesso agli atti presso l’USRA per valutare quanta attenzione sia stata rivolta al contesto ambientale all’interno del progetto di ricostruzione – spiega Cerasoli -.Dopo un’attenta visione degli elaborati progettuali, appare evidente che il progetto è stato concepito come un intervento di pura riqualificazione architettonica dell’immobile, con il merito quantomeno di prevedere l’installazione di pannelli fotovoltaici su larga parte delle superfici libere dei tetti dei singoli corpi dell’immobile. La ricostruzione manterrà sostanzialmente l’impianto originale del complesso in termini di estensione e collocazione degli edifici, mentre non è chiara la destinazione d’uso finale del complesso una volta ristrutturato”.

Considerando che “l’intero complesso si trova all’interno della fascia di rispetto fluviale e lacuale ai sensi della Legge 431/85, com’è ben visibile nel layout cartografico allegato, basato su informazioni estratte dal geoportale della regione Abruzzo, nonché in un’area a pericolosità elevata o molto elevata rispetto al rischio inondazioni, come si evince chiaramente nella relazione geologica di accompagnamento al progetto, che riporta la zonizzazione del Piano Stralcio Difesa Alluvioni (PSDA) della Regione Abruzzo, viene da chiedersi se la scelta di mantenere intatta l’estensione e la localizzazione degli immobili del complesso sia ad oggi ragionevole”.

Per il rappresentante del Wwf, “nel contesto di un cambiamento climatico su scala globale di cui l’Italia sta già subendo effetti drammatici, con eventi meteorologici estremi sempre più frequenti che aumentano il rischio inondazioni, la città di L’Aquila e la Regione Abruzzo dovrebbero adattare le proprie politiche urbanistiche ad una situazione in rapida evoluzione. Continuare a cementificare lungo le sponde dei corpi idrici non fa altro che esporre ulteriormente la città al rischio”.

Peraltro, “considerando che il ripristino della naturalità delle sponde fluviali assicurando uno stato di scorrimento libero ad almeno 25000 km di fiumi entro il 2030 rappresenta uno degli obiettivi cardine del “Regolamento sul Ripristino della Natura” (Nature Restoration Regulation 2024/1991) approvato ad agosto 2024 dalla UE, una riduzione delle superfici edificate del complesso ex Zecca e delle aree prospicienti per far posto alla vegetazione ripariale, fondamentale per mitigare i danni in caso di alluvione, sarebbe stata a nostro avviso non solo una scelta sensata ma anche un’ottima occasione di inserire il progetto nel contesto dei Piani Nazionali di Ripristino che gli Stati Membri della UE, Italia inclusa, dovranno presentare alla Commissione entro settembre 2026. Inoltre, non si può ignorare che nel Piano d’Azione del “Contratto di Fiume dell’Aterno”, a cui il Comune dell’Aquila ha aderito nel 2015, sono citati tra gli assi principali la “Cultura del fiume” (Asse 1), “con l’obiettivo di favorire una consapevole partecipazione dei cittadini, diffondere una maggiore sensibilità e una gestione condivisa fiume come risorsa.”, nonché la “Riqualificazione dell’ambiente fluviale e mitigazione della pericolosità e del rischio idraulico” (Asse 3)”.

Conclude Cerasoli: “in questo contesto, riteniamo che sarebbe stata utile una fase preliminare di discussione del progetto con cittadini/e, Associazioni e professionalità in ambito ambientale, proprio per arrivare ad una gestione condivisa e responsabile della “risorsa fiume”.
Anche quando si tratta di ricostruzione privata, la politica dovrebbe infatti assumersi la responsabilità di guidare il processo assicurandone la sostenibilità ambientale. Altri spiacevoli episodi legati al contesto fluviale nel Comune di L’Aquila, come il recente taglio di salici ed altri alberi di grandi dimensioni lungo il corso del Vetoio su via Mulino di Pile, giustificato da non meglio specificate “ragioni di sicurezza”, dimostrano chiaramente che, purtroppo, c’è ancora tanto lavoro da fare, al di là dei documenti e dei piani, per arrivare ad una gestione davvero sostenibile dell’ecosistema fluviale nella nostra Regione”.