L’AQUILA – Telefono, buio, ossessione, ciclo, gioco, raptus. Sei parole per sei artisti, giovani o esordienti. Che nell’arte cercano un punto fermo, o forse un approdo possibile, in una città, L’Aquila, dove la terra continua a ballare e il futuro è incerto.

Questa è stata Occurens, breve incursione artistica orchestrata dall’associazione Opus al nuovo municipio di palazzo Fibbioni, da poco conclusa. Una mostra che si basa come cifra stilistica e anche “politica”, sull’incontro, nel momento in cui si fatica nel centro storico dell’Aquila, metà cantiere, metà terremotato, trovare nella quotidianità dell’effettivo abitare veri luoghi di incontro.

A fare a cicerone Piotr Hanzelewicz, anche lui artista, e infaticabile animatore culturale del panorama cittadino definito scolasticamente underground, il che vuol dire sopratutto lontano dai flussi di denaro pubblico che bagnano ben altri lidi della cultura che conta.

“Credo che in una città così difficile – spiega ad AbruzzoWeb – l’espressione artistica sia fondamentale, come pure l’attenzione da dare a giovani che lavorano nell’ambito artistico, perché sono portatori di linguaggi e sensibilità che sono una finestra da cui poter guardare il mondo in modo diverso. Se c’è questo, c’è un futuro, c’è la possibilità di costruire una città degna di essere vissuta. Senza, torniamo a un grigiore, a una quotidianità melensa senza prospettiva”.

A esporre e giocare sulle sei parole di cui sopra, Giorgio Serri, per cui, “una macchia o mille sono infine la grande tavolozza di emozioni fattasi vita visiva, dove chiunque può entrare ad esplorare i confini della bellezza”.

Francesco Ciuffetelli, che si cimenta a “rappresentare la vita con ciò che di più ancestrale potevo trovare in natura, i vermi, le loro tracce impresse sulla tela attraverso il loro moto frenetico e i colori, rimandano alle forze primordiali e generatrici”.

Valeria Papa, per cui l’espressione artistica “è un lasciarsi andare, senza schemi o progettazione, al di là di possibili giudizi e inibizioni”.

Maddalena Rossi, che dice di sé: “Alle volte disegno in una maniera mnemonica, convulsa, come realmente fosse una mia prima necessità, simile al mangiare. In questi casi la penna scivola da sola sul foglio senza che io ci faccia realmente caso”.

Alessandro Picchione con le sue nature morte dove prendono vita “bottiglie non-bottiglie, scorci di una realtà che ci appare come nostra, senza che mai ci sia stata tuttavia offerta la possibilità di appropriarcene”.

E infine Mascia Cima, che “invita alla leggerezza e all’autoironia, con enigmatici oggetti che materializzano giochi di parole, realizzati con molteplici materiali di diversa origine, ma tutti volutamente naturali e atossici”.

“I quadri e le opere – è ancora Hanzelewicz a parlare – sono talvolta dei feticci, ma dovrebbero piuttosto essere per viverci i compagnia, in confidenza, l’arte va vissuta nel quotidiano, perché il bello non è solo estetico, è un esperienza che migliora la qualità della vita e la musealizzazione crea cimiteri”.

E conclude, mentre nella città è calato il buio e le strade, andati via anche gli operai, sono pressoché deserte, complice il freddo e la paura delle scosse: “Una ricostruzione non può prescindere dall’ l’immaginazione, della fantasia. La loro assenza faràsi che queste case in un certo senso rimarranno vuote”.