Dalla “casta” alla vita normale. Alcuni hanno ripreso il vecchio lavoro, altri si sono reinventati qualcosa da fare, al di là della politica. AbruzzoWeb ha avviato un ciclo di interviste tra i consiglieri e gli assessori regionali della passata legislatura non rieletti, per capire a che cosa hanno deciso di dedicarsi e come vedono l’attuale lavoro della nuova governance con gli occhi di “normali cittadini”.

L’AQUILA – Gianfranco Giuliante, aquilano classe 1952, vanta una lunga esperienza politica, cominciata col Movimento Sociale Italiano fino a Forza Italia, passando per Alleanza nazionale. 

Consigliere nel 1975 al Comune e alla Provincia dell’Aquila, fino al 1982, è stato in seguito presidente del Parco nazionale della Maiella e vice presidente della Provincia. 

Nel 2008 l’ingresso in Consiglio regionale con Gianni Chiodi presidente, inserito nel listino blindato oggi eliminato. 

Nel 2011, viene nominato assessore regionale alla Protezione civile. Ha mancato l’elezione, candidato nelle liste di Forza Italia nella circoscrizione dell’Aquila, a maggio 2013

Gianfranco Giuliante, ancora deluso dalle elezioni di maggio, che l’hanno visto candidato sconfitto?

No, in fondo me l’aspettavo, era una battaglia per noi molto difficile da vincere. Era abbastanza evidente con la riduzione del numero dei consiglieri e con la composizione delle liste che sarebbe stata dura.

La manca la politica attiva, nelle istituzioni?

Assolutamente no, perché la politica è meglio viverla in modo più distaccato, un break, una pausa, sono necessari.

Dunque, è pronto a candidarsi alla prossima occasione utile?

Non ci penso nemmeno, mi sto disintossicando, la politica la seguo con attenzione da fuori, con la giusta distanza critica. 

E, a parte questo esercizio contemplativo, come trascorre le giornate?

Ora sto lavorando alla costituzione della Fondazione delle libertà e del bene comune, che fa riferimento all’ex ministro Altero Matteoli. Ha aderito già l’ex assessore regionale Carlo Masci, e a cui sta per aderire anche La Destra di Francesco Storace. Il 17 ottobre faremo un incontro a Corfinio, in provincia dell’Aquila, prima capitale italica, diverse anime abruzzesi. Politicamente rimaniamo in Forza Italia, ma guardiamo con interesse alla Lega Nord.

La Lega Nord: e che c’azzecca con un meridionale e storico nazionalista come lei?

Ad esempio ci accomunano le posizioni fortemente critica nel confronti dell’Euro. La riconquista della sovranità nazionale, visto che ora siamo vassalli della Germania e della Troika. Inoltre, ricordo che anche nel Mezzogiorno esistono movimenti federalisti e vicini alla Lega Nord. Infine, dico che la mia patria è dove si combattono le mie battaglie.

Qual è il suo giudizio sui primi 100 giorni del governo di Luciano D’Alfonso?

Da un punto di vista temporale 14 settimane sono troppo poche per giudicare l’azione di un’amministrazione, contestualmente rispetto alle aspettative e agli annunci il giudizio non può che essere negativo. D’Alfonso, guardando oltre dovrà necessariamente dare seguito concreto alla volontà da espressa in modo fascinoso di risolvere i tanti problemi, di imprimere un cambiamento.

Anche D’ Alfonso tacciabile di “annuncite” come Matteo Renzi?

In questo momento abbiamo nel centro sinistra tanti replicanti di Renzi, un fine dicitore, di cui il paese attende qualche cosa di sostanzioso. Ma oramai la politica sta diventando un esercizio stilistico, si consuma nell’atto dell’annuncio fine a se stesso. Tutti possono dire tutto il contrario di tutto. La stampa riporta qualsiasi dichiarazione, e poi dopo due giorni si dimentica tutto, oramai dilaga la memoria breve. E il principio di non contraddizione si diluisce nel tempo .

La politica è stata sempre così?

No assolutamente. Un’affermazione, una posizione politica era attentamente analizzata, oggetto di continue verifica. C’era vera dialettica, vera contrapposizione politica, e questo ti costringeva ad affinare le analisi e le proposte. Oggi invece le posizioni spesso coincidono, non si distinguono tra di loro, il potere è in mano ai tecnici. 

Torniamo a Forza Italia: la deputata Paola Pelino invita i colleghi parlamentari i consiglieri e assessori regionali a mettere un amano sul cuore e una sul portafoglio e pagare la quota mensile al partito, che naviga in butte acque e dove molti sono i morosi, anche in Abruzzo. Lei a tal proposito, le sue quote le ha pagate?

Io, quando ero assessore ho versato tutto quello che dovevo versare, Data la fonte del sollecito rimango però basito. L’unico che in Abruzzo ha la coscienza a posto e continua a pagare puntualmente è l’onorevole Antonio Razzi.

La ricostruzione post-sismica come procede secondo lei?

Uno spaccato dell’Italia, verrebbe da dire, è la fotografia di chi è incapace di decidere e di fare, cose che, annuncio anche qui, si replicano all’infinito, scadenze che vengono diluite. E poi mancanzadi responsabilità, tanto c’è sempre qualcuno da usare come scaricabarile

Il premier Matteo Renzi ai ferri corti con i sindacati, un po’ come quando c’era al governo Silvio Berlusconi.

Sul Job Act Renzi riesce a mettere la fiducia su una delega in bianco, chiunque altro avesse osato tanto sarebbe stato oggetto di attacchi durissimi. E gran parte del sindacato è però in realtà genuflesso, mentre il Pd rinvia la battaglia al giorno dopo. 

All’Aquila oramai governa da anni il centrosinistra. Cosa non funziona del centrodestra del capoluogo abruzzese?

Ricordo che ancora prima, quando ero io il presidente provinciale di Alleanza Nazionale, abbiamo sempre vinto e governavamo al Comune e in Provincia. Ai tempi c’era in Abruzzo una leadership riconosciuta per la destra chiamato Nino Sospiri. Poi a L’Aquila, in Abruzzo e in Italia abbiamo deciso che An dovesse sciogliersi in un altro contenitore, si sono persi i punti di riferimento, la capacità di selezionare la classe dirigente, in molti sono diventati etero diretti da altri territori. Mentre il nucleo storico dei Democratici di sinistra, a differenza di noi, qui all’Aquila, è riuscita invece a mantenere un radicamento sul territorio.