L’AQUILA – “Come diceva un grande democristiano, prima si conta e poi si ragiona. Con il 20% del Pd, il governo lo vedono con il cannocchiale”.
Così ai microfoni di AbruzzoWeb Gianfranco Rotondi, capolista del proporzionale per la Camera di Forza Italia nel collegio Chieti-Pescara, stronca alla luce della sua esperienza il sogno del presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, di diventare ministro in un governo dem, leitmotiv della sua campagna elettorale.
“Noi abbiamo la maggioranza in tutti i collegi del Nord, in alcuni del Centro e siamo favoriti al Sud – fa notare – Potrei dire siamo già al governo, e invece con umiltà dico: voglio costruire voto dopo voto il consenso in Abruzzo per concorrere alla vittoria del centrodestra”.
Quella a D’Alfonso è solo l’ennesima pungolatura che ha visto Rotondi, cui è stata affibbiata la poco lusinghiera etichetta di “paracadutato”, duellare con gli sfidanti del Partito democratico.
“Li capisco perché sono terzi in tutti collegi, avevano fondato un partito a vocazione maggioritaria e invece tra poco finisce che se la giocano con la Bonino – l’acre battuta – quindi devono cercare qualche argomento, sono arrivato io e mi danno il benvenuto”.
Rotondi ricorda che “tutti i partiti dal 1946 a oggi hanno avuto come teste di lista dirigenti di livello nazionale, accade ovunque. Inoltre – rimarca – io sono in Abruzzo 4 mesi all’anno dal 1968, sono favorevoli allo ius soli ma vogliono mettere la frontiera tra Avellino e Pescara”.
Infine un messaggio di controtendenza sui temi della campagna elettorale: “Stando qui da 50 anni ho girato tutti i comuni ma la politica è un’altra cosa: siamo candidati al Parlamento, che significa scrivere le leggi e, se si va al governo, governare il Paese. Molti candidati fanno campagna come se fosse il Consiglio provinciale”, sbotta.
“I problemi dell’Abruzzo sono gli stessi della Brianza e del Veneto, anche perché questa regione era il modello industriale che la Dc formulava per tutto il Mezzogiorno – aggiunge ancora – È successo che la piccola impresa è stata stritolata da una pressione fiscale più alta del mondo, dalla concorrenza delle produzioni di Paesi dove non si rispettano i diritti dei lavoratori e dall’euro che ha umiliato le nostre esportazioni”.
“Non c’è una ricetta per l’Abruzzo e un’altra per la Brianza. Sono qui perché credo nell’idea di Mezzogiorno di cui questa regione era esempio virtuoso”, conclude.




