L’AQUILA – “Ci sono momenti in cui non ci si può tirare indietro, oggi tutte le persone di buona volontà che hanno tempo, idee, fantasia, voglia di partecipare, devono fare gruppo forte per fare in modo che L’Aquila torni viva e vitale com’era in passato”.
Così Vittorio Sconci, psichiatra direttore del dipartimento di Salute mentale della Asl dell’Aquila, ai microfoni di AbruzzoWeb presenta la sua candidatura tra le fila del Partito democratico alle elezioni amministrative del prossimo 11 giugno, a sostegno del candidato sindaco Americo Di Benedetto.
Sconci si ripresenta un decennio dopo aver sfidato Massimo Cialente alle primarie per la candidatura a sindaco del capoluogo.
“Era una fase di unità che stava nascendo tra Margherita e Ds, c’era molto entusiasmo, elaborazione politica e voglia di crare una compagine nuova e grande – ricorda di quel periodo – Da allora questo partito ha avuto controversie e problemi, ma ho sentito il dovere di rientrarci”.
Sconci ammette infatti che “quando vinse Bersani ho aderito all’Api di Rutelli perché mi sembrava un ritorno al passato, con Renzi ho visto un partito moderno, europeo, che potesse rappresentare tutte le classi sociali, ho rivisto il partito che sognavo dieci anni fa”.
Sconci dà anche una notizia, “tra qualche giorno andrò in pensione dalla struttura pubblica e avrò anche più tempo per dedicarmi alla politica. Nel 2007 dissi che qualora eletto avrei rinunciato al mio lavoro, ora è finito fisiologicamente, motivo in più per partecipare con forza ed entusiasmo a questa nuova sfida”.
Sul sindaco uscente, rimarca che “grazie al lavoro di chi ci ha preceduto abbiamo i fondi per la ricostruzione, ho anche criticato Cialente ma non era facile far virare su questa città tanto interesse economico a livello nazionale, su questo tutti debbono essere riconoscenti. Ora però basta – prosegue – c’è bisogno di un cambiamento di passo, non possiamo solo gioire dei finanziamenti ma dobbiamo orientarli verso il futuro”.
“Questa città al momento non respira futuro, ma un accartocciamento attorno a se stessa anche troppo lamentoso. Non possiamo essere una metropoli, ma non possiamo neanche correre il rischio di diventatr un paese – avverte – Vedo una città complessa, che si confronti tutti i giorni con le bellezze del mondo”.
Secondo Sconci, infatti, “debbono passare messaggi culturali grossi, con i mezzi autoctoni non arriviamo da nessuna parte: sogno un gruppo di lavoro serio che abbia collegamenti internazionali e prima di prendere una decisione sappia che cosa si fa nel mondo in situazioni analoghe – conclude – perché le cose belle non si fanno per caso”. Alberto Orsini





