L’AQUILA – Per quasi tre ore hanno provato a non darsele di santa ragione e ci sono praticamente riusciti, gli otto candidati sindaco dell’Aquila, salvo qualche colpo sotto la cintola sul finale, nel freddo che solo una città come L’Aquila sa sfornare a due passi da maggio.

L’assemblea cittadina ha ospitato ieri all’interno del tendone di piazza Duomo gli aspiranti alla fascia tricolore. Sei le domande più una settima, l’unica regolare perché non conosciuta, una risposta a tempo per ogni candidato.

Inevitabile lo sforamento, evitabilissime invece le domande preconfezionate, da giorni a disposizione dei candidati: una tribuna con otto pretendenti allo scranno più alto della città non dovrebbe essere impostata con domande già note.

E poi, in un dibattito pubblico, il pubblico deve avere il diritto di porre interrogativi. Organizzandosi, certo, magari riunendo due o tre gruppi di persone che decidono una domanda. Sempre meglio che niente..

Detto questo, i candidati Massimo Cialente, Giorgio De Matteis, Ettore Di Cesare, Angelo Mancini, Pierluigi Properzi, Enrico Verini, Enza Blundo e Vincenzo Vittorini hanno dato vita a un discreto dibattito di fronte a un tendone pieno pieno, ben poco se si considera la portata dell’evento: non i Pink Floyd, né gli U2, comunque un gruppetto di persone dal quale verrà fuori il prossimo sindaco dell’Aquila che dovrà curare cinque anni decisivi per la storia della città. Mica pizza e fichi.

Sul ring, comodamente seduti, tutti hanno cercato di rispettare l’avversario puntando alla critica costruttiva. Com’era prevedibile, c’è stato più di un momento caldo, e meno male.

Perché certi temi mettono d’accordo più o meno tutti, stoccate, dovute, a parte: la trasparenza o la fine del commissariamento, così come la necessità di affidare tutta la gestione della ricostruzione alle strutture comunali, sì, ma rinnovate, ingrandite e unificate; in questo solo De Matteis è contrario, pro-Regione Abruzzo. Insomma, si poteva anche rischiare la noia a lungo termine.

In tre ore di discussioni a tre minuti circa ciascuno, due quando si è trattato di punire chi sforava, gli argomenti più sentiti dai cittadini aquilani sono stati toccati in toni e modi diversi.

Ognuno dei candidati ha fatto la sua parte, sfoderando armi vecchie e nuove. E chi era seduto ad ascoltarli si è beccato di tutto: dal politichese ‘Dc’ di De Matteis, che sarebbe sicuro di sé anche se gli scappasse una bugia, alla cincischiosa sicumera di Cialente.

Dall’agguerrito ‘peso piuma’ Di Cesare, che ha beccato il più alto numero di applausi (poco graditi dalle due conduttrici) e si è pure inalberato verso la fine negli scontri con Gdm e con Cialente per vecchie ruggini (tra i ‘j’accuse’: vicinanza con Clemente Mastella per il primo, antica stima per Guido Bertolaso per il secondo), passando per la dura pacatezza di Mancini, gli squilli da verace ‘grillina’ della Blundo (protagonista di uno scivolone sulla tenuta sismica di palazzo Quinzi che ha suscitato un più che vivace mormorìo del pubblico e un paio di scapaccioni verbali del già citato Mancini), gli strali a voce media di Verini (puntualmente preso di mira dalle campane vescovili di piazza Duomo ogni volta che prendeva la parola), la dignitosa asprezza di Vittorini e le docili sportellate di Properzi.

Tre ore in cui i terremotati aquilani sono stati costretti al silenzio, rotto però di tanto in tanto da qualche sbuffata (sì, si sono sentite benissimo) e da qualche cronista che nel gelo della sera ha squittito, in buona fede, a un accenno di ‘revolución’ burro e salvia del buon Di Cesare. Sostanzialmente, si è capito che, almeno per adesso, tutti gli otto candidati hanno una più che sufficiente tenuta nervosa.
 
Ovvio, è bene ripeterlo, se le domande si conoscono da prima e al pubblico viene messa la mordacchia: per finire con le mani nei capelli ce ne vuole.

Qualche segnale caotico c’è stato giusto alla fine, quando è stata tirata fuori un’arzigogolata domanda (erano tutte arzigogolate), ma ‘buia’, quindi regolare: “Siete disponibili a siglare insieme un impegno che obblighi il vincitore delle elezioni a nominare il secondo eletto vice sindaco e a impiegare gli altri candidati sindaco sconfitti nei ruoli-chiave della futura amministrazione?”. Eccolo, il domandone tanto temuto dopo ore di artigli disinfettati.
 
In un clima da sagra paesana, segno che la gente avrebbe preferito prendere parte al dibattito anziché sbracarsi battendo i denti all’imbrunire, Blundo e Properzi sono stati gli unici a rispondere sì. Vittorini se l’è cavata con un ‘ni’, registrato agli atti come un ‘no’, mentre gli altri hanno replicato brandendo sciabole saracene.
 
Le rimetteranno a posto in caso di sante alleanze?