PESCARA – “Tre capilista catapultati da Roma? Penso proprio di no, mi sembra una scelta lunare, non terrena”.
Appena qualche giorno fa lo diceva il deputato uscente di Articolo 1 Gianni Melilla, in un’intervista rilasciata ad AbruzzoWeb prima che in Abruzzo piombasse la notizia che, per la Camera dei deputati, Pietro Grasso potrebbe piazzare nei collegi proporzionali di Chieti-Pescara e L’Aquila-Teramo due colleghi uscenti di Montecitorio, la calabrese Celeste Costantino e il romano, ma molisano d’origine, Danilo Leva.
Le liste, tuttavia, non sono ancora pronte: “C’è un tavolo nazionale in cui si stanno vagliando, c’è un problema dovuto al fatto che si tratta di una lista che raggruppa più partiti e quindi bisogna mettersi d’accordo, è un gioco difficile che si sta facendo”, dice Melilla, che ritiene “sbagliata” la scelta del presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, di candidarsi alle politiche, lasciando l’incarico con quasi un anno di anticipo.
“Grasso? Verrà sicuramente, ma non penso che sia in lista – aggiunge il parlamentare – Sarà candidato solo nelle grandi regioni, in Abruzzo non è stato mai contemplato anche perché si candida al Senato e per noi sarebbe difficile eleggere al Senato, ma qualora dovesse decidere di candidarsi qui sarebbe per noi motivo di grande soddisfazione perché rappresenterebbe un investimento sulla nostra regione, pur se l’elezione non è sicura”.
Melilla smentisce anche qualsiasi contesa con l’assessore regionale Marinella Sclocco per la candidatura nel collegio pescarese, di cui entrambi sono espressione. “Non c’è nessuno scontro – dice – Io quando mi devo scontrare con qualcuno me li scelgo, in questo caso non mi devo scontrare con nessuno, il partito deciderà, se non devo essere ricandidato non c’è nessun problema”.
Una sponda a Melilla arriva da chi, nel partito, fa notare che le eventuali dimissioni della Sclocco, qualora eletta in Parlamento, lascerebbe spazio in Consiglio ad Antonella Allegrino, assessore Pd al Comune di Pescara e dalfonsiana di ferro, facendo così perdere una pedina ai bersaniani all’Emiciclo.
Il deputato, intanto, non sembra voler sentir parlare di terzo mandato.
“Terza legislatura? Ne ho fatta solo una! L’altra fu di solo un anno e mezzo – ricorda a proposito dell’esperienza alla Camera tra il 1992 e il 1994 – se ne avessi fatte due piene non avrei mai chiesto deroghe. Io non devo chiedere niente, il partito deciderà se devo dare una mano o meno, se il partito la valuta come un’opportuinità ci sono, se ritiene che si debba fare un altro investimento lo si fa”.
“Appartengo a una stagione politica in cui il pronome dominante è stato ‘noi’, oggi il pronome dominante è ‘io'”, fa osservare con amarezza.
A proposito della politica doppiofornista che vede i bersaniani alleati del centrosinistra alla Regione, ma avversari del Pd a Roma, Melilla glissa: “In Giunta regionale c’è la Sclocco, dovete chiedere a lei se è soddisfatta o meno del governo regionale”.
“Io dalfonsiano? Per me è un’offesa – dice – io non sono neanche melilliano, perché sono critico di me stesso, figuriamoci se volessi affidare ad altri la mia storia politica, nata quando avevo 16 anni e una squadraccia fascista mi mandò all’ospedale! Da allora è iniziato un percorso politico che mi ha portato a entrare nelle istituzioni a 40 anni, anche all’Aquila se ne sa qualcosa con la mia esperienza sindacale e al fianco degli operai, una storia assolutamente limpida”.
“Faccio politica sia dentro che fuori dalle istituzioni – aggiunge – la mia vita si divide in tre parti, fino a 23 anni ho studiato, mi sono laureato e poi ho iniziato a lavorare, poi c’è stato l’impegno nel sindacato, la terza parte è caratterizzata dalla presenza nelle istituzioni, interrotta nel 2006 quando è nato il Pd al quale non ho aderito”.
“Le elezioni politiche sono preludio di un ‘divorzio’ col centrosinistra anche in Abruzzo? A mio avviso l’anno prossimo dovremmo valutare benissimo chi si candida – fa osservare Melilla – perché se D’Alfonso, sbagliando, si candida alle Politiche, bisognerà vedere come continuare questa legislatura per un anno, poi dovremo stabilire un percorso programmatico e un candidao presidente. Se l’intesa è sui programmi potremmo stare insieme come nel Lazio, se non fosse così faremmo come in Lombardia”.
“Noi – conclude – rispettiamo sempre gli impegni assunti nei confronti dei cittadini, quando ci siamo presentati alle primarie che poi hanno eletto D’Alfonso c’era un programma che da quattro è in attuazione, bisognerà vedere se è stato attuato o meno, altrimenti uno deve trarne le conseguenze. Se ci sono ombre si fanno altre scelte, quando si rifa un patto se ci soddisfa bene altrimenti ci dividiamo senza problemi. La nostra autonomia di decisione è assoluta”.






