L’AQUILA – Ne deve correre ancora di acqua sotto i ponti e tra i reattori delle dighe per consentire all’Abruzzo di incassare 40 milioni di euro l’anno dai canoni degli impianti che producono energia idroelettrica, come prevede una legge datata 2012, che per una ragione o per l’altra non è mai entrata in vigore.
Ultimo round nella stabilità di fine anno dove, su iniziativa del sottosegretario con delega all’Ambiente Mario Mazzocca (Sel), la legge è stata con alcune modifiche riproposta e approvata, ma poi notte tempo è arrivato un emendamento a firma dello stesso Mazzocca, dei consiglieri del Partito democratico Camillo D’Alessandro e di Forza Italia Mauro Febbo che di fatto rimanda al 2017 l’applicazione della legge, per procedere “ad un puntuale monitoraggio al fine di precisare la distinzione di attività tra grandi produzioni ed altre, che potrebbero determinare una differenziazione del costo unitario”.
Il 2016 sarà così segnato anche da un braccio di ferro tra Regione e associazioni di categoria dell’idroelettrico, intorno all’oro blu d’Abruzzo, l’acqua, e quanto debba costare il suo utilizzo per produrre energia. Tra chi vorrebbe far incassare alla Regione il triplo dei canoni, e il potente settore del comparto energetico, appoggiato come è naturale che sia dalla Confindustria, che invece giudica folle una legge che renderà sconveniente investire nell’idroelettrico in Abruzzo dove i canoni sarebbero anche doppi rispetto ad altri territori.
Sullo sfondo l’aperta ostilità anche del governo nazionale a questa norma, impugnata prima dal governo di Mario Monti, poi da quella di Matteo Renzi.
Il sospetto, è che dietro ci sia la potente lobby dell’idroelettrico, come ha lasciato intendere lo stesso presidente della Regione Luciano D’Alfonso che in un passaggio di un suo intervento in aula ha ricordato a tutti la potenza politica, non espressa in chilowatt prodotti, proprio del settore, e della sua capacità di influire sulle scelte del governo.
La battaglia per “l’equo canone” delle acque ha inizio nel 2012 quando il consigliere regionale Franco Caramanico di Sinistra ecologia e libertà, stesso partito di Mazzocca, dai banchi dell’opposizione è riuscito a far approvare un emendamento alla legge 25 del 2011 che prevede la sostituzione delle parole “di potenza nominale concessa o riconosciuta, in euro 27,50” con le parole “di potenza efficiente, riportata nei rapporti annuali dell’anno precedente dal GSE, in euro 35,00”.
Un tecnicismo che ha un’importante conseguenza; viene infatti modificato il metodo di calcolo per applicare la tariffa, prima fissata in 27,5 euro per chilowatt ora di potenza nominale media, un parametro rapportato alla potenza dell’impianto.
Visto che in Abruzzo la potenza nominale media dei circa trenta impianti è di 362.5000 chilowatt, alle casse della regione entravano 9,9 milioni di euro l’anno.
Con l’emendamento Caramanico si modifica il parametro di riferimento per applicare la tariffa, prendendo in considerazione la “potenza efficiente”, calcolata dal Gse (Gestore servizi elettrici), che in Abruzzo è pari a 1.002.000 chilowatt, più del triplo rispetto all’altro metodo di calcolo. Con la conseguenza che gli incassi schizzano per la Regione a 35 milioni di euro l’anno. A cui se ne aggiungono altri 5 a seguito di un’altra modifica di legge relativa alle norme sui beni demaniali.
Una legge che fu approvata anche dal centrodestra, con l’assessore Lanfranco Venturoni di Forza Italia in testa, persuaso dall’argomento che tutti quei milioni nelle casse di una Regione che tirava la cinghia per risanare i conti disastrati della sanità, avrebbero fatto non poco comodo.
Si è messo però subito contro l’ufficio legale del Consiglio e quello della Giunta, sostenendo che la legge sarebbe stata impugnata.
In effetti poi è arrivato il governo di Mario Monti che ha impugnato la legge, in quanto lesiva della concorrenza, perché le altre regioni hanno canoni molto più bassi, contestando la podestà di una Regione a statuto ordinario di modificare i canoni.
La Corte Costituzionale nel marzo 2015 ha sentenziato che il ricorso del governo era “inammissibile e privo di fondamento”, essendo in vigore il federalismo demaniale e che in sostanza una Regione può decidere quanto far pagare la sua acqua.
A questo punto la Regione avrebbe potuto far entrare in vigore e cominciare ad applicare i canoni. E invece, colpo di scena, nella notte del 3 novembre viene approvata la legge contenente “Disposizioni in materia di acque e di autorizzazione provvisoria degli scarichi relativi ad impianti di depurazione delle acque reflue urbani”, che apporta sostanziali modifiche alla legge Caramanico, che pure aveva superato le forche caudine della Corte Costituzionale.
Tra le altre cose viene cancellato il riferimento ai dati della Gse, ben preciso cioè ai mille megawatt, e si arriva addirittura a modificare la definizione di potenza efficiente.
Rifatta la legge il governo è tornato alla carica, impugnandola alla Corte Costituzionale a fine dicembre, ribadendo in sostanza che i canoni idrici non sono di competenza della Regione, anche perchè è in arrivo una nuova normativa nazionale.
Infine con una evidente marcia indietro, nella legge di stabilità è stata riproposta di fatto la vecchia legge. Ma subito ‘congelata’ dall’ordine del giorno bipartisan.
Per l’aumento dei canoni, assicura Febbo, si dovrà aspettare. La Confindustria intanto continua a lamentare che l’aumento dei canoni, che potrebbero essere doppi o tripli rispetto a Regioni limitrofe, disincentiverà gli investimenti per la realizzazione di nuovi impianti di produzione.
E questo renderà di fatto impossibile raggiungere l’obiettivo nazionale del Burden Sharing, che prevede entro il 2020 di produrre il 20 per cento l’energia rinnovabile.
La produzione da energia idroelettrica che la Regione Abruzzo deve sviluppare entro il 2020, è di circa 158 gigawatt ora, ovvero 158 milioni di chilowatt/ora, una quantità di energia enorme, che corrisponde al consumo annuo di quasi 60 mila famiglie.
Tutte le Regioni, osserva Confindustria, adottano canoni parametrati alla potenza nominale media di concessione, e i canoni di altre Regioni sono molto più bassi, ad esempio in Sardegna è di 14,35 euro a chilowatt, in Basilicata 13,8 euro, in Sicilia 14,4 euro, in Toscana 15,26 euro, in Emilia Romagna 14,3 euro, in Campania 13 euro.
Ci sono però anche regioni come la Lombardia dove l’energia idroelettrica se la fa pagare molto più salata, 31 euro a chilowatt.
Il sottosegretario Mazzocca invece sbandiera tutt’altro programma.
“Con quaranta milioni di euro all’anno in più – spiega – la Regione Abruzzo potrebbe assicurare un reddito minimo garantito a disoccupati, pagare gli stipendi arretrati del lavoratori dei centri di ricerca, formazione ed assistenza sociale, creare un fondo di rotazione per aiutare le piccole e medie imprese in difficoltà, istituire il servizio civile regionale, attivare un mutuo di circa 400 milioni di euro per la realizzazione di grandi opere pubbliche per la manutenzione del territorio e delle varie infrastrutture stradali, creando in questo modo centinaia di posti di lavoro”.
Ma intanto quello che poteva incassare in più la regione nel 2015 è andato in fumo, con buona pace di disoccupati e ricercatori.






