L’AQUILA – Chi c’era non dimenticherà mai quel giorno, chi non ha potuto prendere parte a quella grande festa popolare può provare a immaginare l’aria che si respirava attraverso video e foto facilmente reperibili sul web. Ma non è la stessa cosa.

L’8 dicembre 2009, a pochi mesi dalla tragedia del terremoto, riapriva dopo un periodo di forzata inattività la storica cantina “Ju boss”, crocevia di storie e brindisi, di feste e scorpacciate con la prelibata focaccia infarcita di frittata o prosciutto. Un semplice panino, accompagnato da un bicchiere di vino o una birra, ma che tra quelle quattro mura assumeva sempre un qualcosa di magico, perché assaporato in uno dei luoghi che racconta molto di una città e della sua tradizione.

E quel giorno una comunità intera si riversò in piazza Regina Margherita, una fiumana di gente che andò mano a mano aumentando anche grazie al passaparola e agli sms, fino a riempire all’inverosimile uno dei luoghi simbolo dello svago e del tempo libero aquilano. Una piazza attorno alla quale sono sorti nel corso di questi due anni e mezzo altri locali, ma in quella festa dell’Immacolata tutti erano lì per prendere parte a quello che sembrò ai presenti quasi un rito.

La riapertura per molti rappresentava un simbolo di ritorno alla vita, dopo i durissimi mesi nelle tendopoli, con centinaia di famiglie ancora ospitate negli alberghi della costa anche se l’illusione della “normalità” era immediatamente smorzata dai puntellamenti che sostenevano, e sostengono ancora, gli antichi palazzi che fanno da cornice a quell’angolo di città.

Giovani e meno giovani, rappresentanti delle istituzioni e famiglie: nessuno voleva mancare all’appuntamento che richiamò l’attenzione di alcuni media nazionali che, riportando l’evento, raccontarono al resto d’Italia, erroneamente, che all’Aquila si tornava a vivere nel centro storico martoriato dal sisma.

Non era e non è così. Gli aquilani lo sapevano e lo sanno ancora oggi. Ma due anni fa in pochi volevano pensarci, perché quella festa meritava di essere assaporata fino in fondo, perché sembrava che quell’evento potesse curare, almeno per qualche ora, le ferite del cuore e dell’anima che il terremoto ha procurato ad un’intera comunità.

“Fu come svegliarsi da un incubo – ricorda Franco Massari, che con il fratello Giorgio e le ‘nuove leve’ della famiglia, Pierluigi, Fabrizio e Mariano, gestisce il locale – Quando aprimmo la porta e vedemmo tutta quella gente capimmo che lavorare otto mesi per la riapertura e aspettare che la zona fosse messa in sicurezza era stata la cosa più giusta, ne era valsa la pena”

“La cosa più bella – aggiunge – fu ascoltare dalle persone che sentivano di essere tornate a casa: tutto era rimasto come prima del terremoto, i quadri erano allo stesso posto, l’atmosfera era quella di sempre”.

Non è una leggenda metropolitana, che correva soprattutto tra chi era rimasto fuori perché nella cantina era impossibile entrare a causa della tanta gente che c’era, che ad una certa ora della mattinata fossero terminate tutte le scorte di vino che erano state preparate per festeggiare.

“È tutto vero ad un certo punto, verso l’una e mezza, avevamo finito tutte le bottiglie e andammo a prenderne altre in magazzino. La gente rimase ancora un po’ finché non abbiamo chiuso, altrimenti sarebbero rimasti tutti fino al giorno dopo” chiosa Franco Massari, che oggi come allora è al suo posto dietro il bancone, e come due anni fa prova a restituire un pezzettino di “quotidianità” al Natale aquilano: “Stiamo preparando il presepe. Anzi i presepi, che ha realizzato l’artigiano Adriano Visconti. Uno lo metteremo in vetrina, l’altro, più grande, sarà esposto nella sala di sotto”.