L’AQUILA – Professionisti, imprenditori, ristoratori, titolari di bar e locali. C’è una fetta notevole della “L’Aquila che conta” tra i 24 indagati dell’inchiesta dei Carabinieri del Comando provinciale del capoluogo che ha smantellato un traffico di stupefacenti, in particolare cocaina e hashish, tra la Campania e l’Abruzzo, con le mani della camorra che controllavano il giro attraverso la mediazione di alcuni affiliati.
Sono 6 le misure cautelari disposte dal giudice per le indagini preliminari Giuseppe Romano Gargarella su richiesta del pubblico ministero Fabio Picuti. In particolare, 3 arresti in carcere, Salvatore Mauriello, Antonio Romano ed Eduardo Romano, che si è costituito dopo 24 ore di latitanza, e 2 ai domiciliari, Giuseppe Giuliani e Angelo Naindenel, oltre a un obbligo di firma, per Giuseppe Di Ramio.
Un’indagine, quella dei militari agli ordini del comandante provinciale Savino Guarino, che ha scavato a fondo nella società cittadina, portando alla luce alcuni assuntori che, oltre alla segnalazione alla prefettura, sono accusati anche di favoreggiamento all’attività di spaccio, perché smistavano le dosi tra le loro conoscenze, agendo come piccoli spacciatori.
Di questi 24 indagati, 22 hanno subìto anche una perquisizione domiciliare. Gli unici a non riceverla sono stati Biagio Piscopo, che si trova già in carcere, e Giuseppe Di Ramio, che è avvocato e necessita quindi di una procedura più articolata, con la presenza di un rappresentante del suo ordine professionale e altre peculiarità.
Proprio Di Ramio è l’indagato che, come reso noto dagli stessi inquirenti, avrebbe offerto 5 mila euro ai militari per stracciare il verbale che lo riguardava in modo da potersela cavare con la sola segnalazione come assuntore piuttosto che con l’iscrizione nel registro degli indagati: un tentativo finito male e che gli è costato un’accusa più grave, quella di istigazione alla corruzione.
Per i principali indagati le accuse sono di associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti, ad altri viene contestato il solo traffico, per altri indagati ancora c’è la detenzione a fini di spaccio.
Oltre all’indagato ancora latitante dopo una giornata di ricerche, gli altri sono Antonio Romano, 47 anni, di Napoli; Salvatore Mauriello, 29, di Pomigliano d’Arco ma residente all’Aquila; Enrico Orsini, 27, di Popoli ma residente all’Aquila; Massimo Onofri, 44, dell’Aquila; Giuseppe “Francesco” Giuliani, 44, dell’Aquila; Paolo Catapano, 41, di Sant’Anastasia; Salvatore Borriello, 40, di Torre del Greco; Patrizio Mungiguerra, 35, di Maddaloni; Angelo Naindenel, 40, di Napoli ma residente a Scoppito (L’Aquila); Vincenzo Esposito, 31, di Cercola; Santolo Esposito, 54, di Sant’Anastasia; Giuseppe Di Ramio, 46, di Torino ma residente all’Aquila; Biagio Piscopo, 46, di San Nicola la Strada ma residente a Roseto degli Abruzzi; Dante Ianni, 32, dell’Aquila; Fabio Ianni, 26, dell’Aquila; Luigi Parravano, 47, dell’Aquila; Giovanni Ippolito, dell’Aquila; Erika Ferrara, 32, di Messina ma residente all’Aquila; Ennio Di Stefano, 63, dell’Aquila; Antonio Di Loreto, 40, dell’Aquila; Stefano Colarossi, 38, di Roma ma residente a Tornimparte; Antonello Di Giovanni, 34, dell’Aquila; Gianluca Selli, 42, di Roma ma residente a Pizzoli.
A curare il trasferimento degli stupefacenti fino in Abruzzo erano tre soggetti, tutti di origine campana, ma ben radicati nell’ambiente aquilano; due di loro ritenuti gravitanti nell’area del clan camorristico “Vinella-Grassi”, operante a Napoli nel quartiere 167.
Il gruppo gestiva l’intera filiera dell’illecito commercio, a partire dall’acquisto nei centri di Somma Vesuviana e Sant’Anastasia, fino alla vendita al dettaglio dello stupefacente, del tipo “cocaina” e “hashish”, curandone il trasporto, la detenzione e la manipolazione.
Una volta giunti all’Aquila, i criminali potevano contare su diverse basi logistiche per custodire lo stupefacente: in primo luogo le proprie abitazione, prese in locazione, ma anche alcuni locali della Sial – Servizi Igiene Ambientale L’Aquila Srl (risultata assolutamente estranea ai fatti) e dei quali avevano la materiale disponibilità.
L’organizzazione poteva addirittura contare su di un “servizio di manutenzione” dei propri veicoli che venivano fatti verificare da un complice dell’organizzazione, meccanico di professione, che curava il controllo delle autovetture per accertarsi che non fossero stati installati sistemi di controllo.
Il trio poteva inoltre contare su una serie di soggetti locali che acquistavano quantitativi più elevati per cederli a loro volta a clienti fissi, ben conosciuti. Venditori e clienti si conoscevano bene e il fatto di evitare contatti con soggetti nuovi dava all’organizzazione l’idea di essere tutto sommato ben protetta.
Questa convinzione bisogna dire che era in parte fondata, basti pensare che dei “clienti” ben dieci risultano indagati con l’accusa di “favoreggiamento personale” per aver aiutato gli indagati a eludere le investigazioni dei Carabinieri negando ai militari di aver acquistato sostanza stupefacente e riferendo di avere con loro solo meri rapporti di lavoro o di amicizia.
Un tentativo certamente vano a fronte delle investigazioni condotte dagli inquirenti che, coordinati dal sostituto procuratore della Repubblica, Fabio Picuti, in un periodo che va dall’ottobre 2012 all’agosto 2013, hanno documentato l’attività di cessione di cocaina e hashish in maniera scrupolosa, suffragando le proprie intuizioni investigative con una pluralità di fonti di prova, quali che vanno ben oltre le normali attività tecniche, comprendendo accertamenti e acquisizioni documentali, servizi di osservazione, controllo e pedinamento (alcuni dei quali corroborati da riprese fotografiche o video), sequestri di droga, controllo e identificazione dei clienti, perquisizioni personali e veicolari.
Ne è scaturito un quadro investigativo decisamente puntuale, nel quale sono state individuate le principali piazze dello spaccio locale, per lo più luoghi di passaggio, in vari punti della città, ma anche aree commerciali molto frequentate e tali da garantire un sostanziale anonimato nella confusione globale, ma anche bar e locali piuttosto noti, anche in ragione della natura di alcuni clienti.





