L’AQUILA – I carabinieri del comando provinciale dell’Aquila hanno stroncato un vasto traffico internazionale di droga, in particolare cocaina, proveniente dalla Repubblica domenicana.
L’organizzazione malavitosa sgominata aveva la sua base operativa all’Aquila, dove sono effettuati tre dei sei arresti complessivi, territorio appetibile alla malavita organizzata per via del terremoto del 6 aprile 2009, in seguito al quale per la ricostruzione nel capoluogo di regione e nei comuni limitrofi si è insediato quello che viene definito il cantiere più grande d’Europa.
È quanto emerso nella conferenza stampa tenuta all’Aquila dal comandante provinciale dei carabinieri, Guarino Savino, nel corso della quale sono state illustrati dettagli della maxi operazione, scattata all’alba, denominata ‘Chamaquito’ (in italiano ‘ragazzino’, soprannome di uno dei corrieri utilizzati), coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale dell’Aquila Fabio Picuti.
Il traffico era imperniato sull’arrivo della droga dalla Repubblica dominicana all’Aquila, anche se le sostanze stupefacenti transitavano in una base logistica a Roma, presso un B&B collocato in prossimità della stazione Termini.
GLI ARRESTATI
Non a caso, tra i sei arrestati accusati concorso in detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti con l’aggravante specifica della transnazionalità, c’è il 43enne aquilano Luca Cocciolone, proprietario di una noto ristorante in città e pluripremiato in competizioni nazionali e internazionali per gli specialisti della pizza, e cinque persone di origine dominicana, due delle quali residenti proprio all’Aquila: gli altri tre sono residenti a Roma, Brescia e in provincia di Avellino.
Quest’ultimo, Luis Miguel Gomez Castillo, dominicano residente a Guardia Lombardi (Avellino), è l’ultimo a essere finito in carcere dopo che stamani nel corso della perquisizione, è stato trovato in possesso di centro grammi di cocaina. Le altre persone arrestate sono sono Luis Carlos Diaz (29 anni) e Flerida Disla (49), residenti all’Aquila, Recio Perez (20), domiciliata a Brescia, e Juan Bautista Montilla Davila (45), residente a Roma.
Gli arresti sono stati firmati dal gip Marco Billi: nell’inchiesta, partita nel febbraio del 2012, sono coinvolti come indagati 44 persone, tra le quali nove aquilani e un romano, il resto tutte persone di nazionalità dominicana.
GLI INDAGATI: CI SONO 16 RESIDENTI IN ABRUZZO
Ci sono pure 16 persone residenti in Abruzzo, tra italiani e domenicani, tra i 44 indagati finiti sulle carte dell’inchiesta su un traffico di droga internazionale portata avanti dai carabinieri del comando provinciale dei carabinieri dell’Aquila.
Si tratta di Marco Barone (37 anni), Carol Cocciolone (25), Davide Crudele (31), Roberto Federico (44), David Giuseppe Guzzini (22), Massimiliano Mellone (43), Rocco Fabrizio Pelle (35), Patrick Pizi (38), Massimo Taddei (40), tutti residenti all’Aquila, così come i domenicani Daysi Quezada Nolasco (43) e Michael Veloz Quezada (19).
Gli altri sono Argelis Melenciano De Los Santos (32), residente a Montesilvano (Pescara), Marisol Ynes Nunez Ozoria (42) e Nancy Altagracia Santana Rivas (50), entrambe residenti a Pratola Peligna (L’Aquila) ed Esmeralda Suazo Mendez (23), residente a Pacentro (L’Aquila) e di fatto domiciliata a Pescara.
IL COLONNELLO GUARINO: “L’AQUILA TERRITORIO APPETIBILE DAL MALAFFARE”
“Abbiamo lavorato senza dare nell’occhio a lungo collaborando con altre forze di polizia in Italia e all’estero raggiungendo un risultato importante perché abbiamo stroncato un traffico che poteva generare una pericolosa infiltrazione di una organizzazione malavitosa che avrebbe anche potuto radicarsi nel sostrato economico riciclando denaro da investire in operazioni ‘pulite’ – ha spiegato il colonnello Guarino – L’Aquila, dopo il terremoto, è un territorio appetibile a qualsiasi tipo infiltrazione, bisogna intervenire subito per impedire il radicamento con il sistema dell’immissione di denaro ‘sporco’ in aziende in difficoltà economiche, operazione che si trasforma poi nell’ingresso e nell’acquisizione della società”.
L’importazione della droga arrivava a Roma con il metodo della cosiddetta “ovulazione”, ovvero mediante l’utilizzo di corrieri, che ingerivano gli ovuli pieni di droga, viaggianti con aerei sulla tratta Santo Domingo-Spagna-Italia.
Nella base romana c’era l’operazione dell’espulsione e del “recupero” degli ovuli, con il confezionamento dello stupefacente per il successivo smercio. La “sede operativa” offriva, inoltre, il vantaggio evidente di essere situata in uno snodo del trasporto pubblico da e per gli aeroporti, consentendo in particolar a Diaz di utilizzare, per i propri spostamenti, mezzi pubblici, nell’intento di attirare meno l’attenzione.
IL PROCURATORE CARDELLA: “IMPRENDITORI, ATTENTI AL DENARO SPORCO”
“Purtroppo è un rischio concreto con il quale ci dobbiamo misurare, nel senso che in una società che si trova in difficoltà economiche inevitabilmente, al di là della serietà degli imprenditori, gli stessi sono esposti al rischio di poter usufruire di denaro facile o spesso sporco”.
Lo ha detto il procuratore capo dell’Aquila, Fausto Cardella, che è anche procuratore distrettuale antimafia, nel commentare la maxi operazione dei carabinieri dell’Aquila che ha stroncato un vasto traffico di stupefacenti dalla Repubblica dominicana al capoluogo abruzzese da parte di un gruppo di aquilani e domenicani, sgominando una organizzazione malavitosa che puntava a radicarsi sul territorio aquilano riciclando i proventi della droga in attività imprenditoriali.
“Faccio i complimenti al comando provinciale e al reparto operativo dei carabinieri dell’Aquila per come hanno operato in questa vicenda – ha spiegato ancora Cardella – L’Aquila e la nostra distrettuale vivono un momento di grande attività lavorativa, di grande pressione per tutti gli aspetti connessi al territorio e a ciò che ha portato questa tragedia, nonostante ciò mi compiaccio con le forze dell’ordine che riescono a seguire bene altri aspetti non meno pericolosi, come quello dello spaccio di stupefacenti”.
“E questo – ha concluso – è un messaggio rassicurante”.
RADICI DELL’OPERAZIONE SIN DAL 2005
Le radici dell’operazione denominata “Chamaquito” risalgono al 2005 quando l’idea che lo stupefacente potesse provenire da canali esteri riconducibili a Larlos Luis Diaz, uno dei sei arrestati, ha cominciato a concretizzarsi dopo la verifica da parte dei carabinieri che il domenicano, tra il 2005 ed il 2012, aveva presentato diverse denunce di smarrimento del proprio passaporto.
La necessità di rinnovare il documento di espatrio, sul quale resta traccia di tutti i viaggi effettuati, ha reso più consistenti i sospetti, permettendo di avviare specifiche attività tecniche di controllo. Secondo quanto rifersocono i carabinieri l’attività di indagine ha cominciato a dare i propri frutti: Diaz è risultato sin da subito punto di contatto di molti altri soggetti, che a lui si rivolgevano per richiedere stupefacente e che a lui versavano somme di denaro a saldo degli acquisti.
A tale proposito sono stati documentati molteplici pagamenti effettuati tramite il circuito Money Transfer oppure a mezzo di ricariche Poste Pay. Prima delle indagini specifiche partite del gennaio 2012, il Reparto operativo dell’Aquila aveva avviato una attività riguardante stupefacente proveniente dalla Calabria, indagine poi confluita in altra, più vasta, condotta dalla direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e culminata con l’arresto di Massimo Valenti, nell’ambito di una inchiesta su un tentativo di infiltrazione mafiosa della ‘ngrangheta nella ricostruzione post terremoto che ha visto finire in manette anche l’impreditore aquilano Stefano Biasini.
Secondo il comandante Guarino, l’intento dei calabresi era in prima istanza quello di conquistare l’egemonia dello spaccio di sostanze stupefacenti nell’Aquilano, zona definita tranquilla e non certo sotto una pressante lente di ingrandimento da parte delle forze dell’ordine.
INDAGINI ACCORTE E ”COPERTE”
Nella conferenza stampa tenuta oltre che dal colonnello Savino, dal tenente colonnello Andrea Ronchey e dal capitano Roberto Ragucci, vice comandante del reparto operativo, è stato spiegato che l’operazione è stata condotta in stretta collaborazione con altri corpi con un sistema teso “coprire” il filone principale condotto dai carabinieri dell’Aquiila per non ingenerare sospetti negli indagati.
Non a caso, precedenti arresti su segnalazioni dei militari dell’Aquila che seguivano le indagini sono stati effettuati dalla polizia ferroviaria di San Benedetto del Tronto, dai carabinieri di Fiumicino, dalla guardia di finanza a Milano-Malpensa, dalla Guardia Civil a Madrid; oltre ad arresti ad Avezzano e L’Aquila.
Nel corso delle varie operazioni sono stati sequestrati complessivamente sette chili di cocaina.
L’attività di spaccio ha interessato oltre all’Abruzzo, la Campania, l’Emilia-Romagna, il Lazio, la Lombardia e le Marche. I carabinieri del comando provinciale dell’Aquila hanno agito in collaborazione con i comandi di Ascoli Piceno, Avellino, Brescia, Forlì-Cesena, Frosinone, Parma, Pescara, Reggio Emilia e Roma.







