L’AQUILA – “Aspe’, non scherziamo. Quattromila euro… Tre a te e uno a lui. Ne facciamo uno nuovo, cancella tutto quello che t’avevo detto”.
Così, con l’obiettivo di far sparire il verbale di sommarie informazioni che aveva rilasciato qualche giorno prima e sostituirlo con “uno nuovo”, l’avvocato aquilano Giuseppe Di Ramio, sottoposto a obbligo di firma e indagato nell’inchiesta dei carabinieri dell’Aquila che ha scoperchiato un traffico di droga tra Napoli e il capoluogo abruzzese, provava a corrompere il maresciallo capo dell’Arma Mario Aloisio che, però, lo stava registrando, come si legge nell’ordinanza di applicazione delle misure cautelari.
Nei riguardi dell’avvocato il gip Giuseppe Romano Gargarella ha respinto ieri la richiesta di interdizione invocata dal pm. Di Ramio potrà quindi continuare a svolgere la professione legale.
Un incontro che risale a cavallo della mezzanotte del 12 giugno 2013, e che era arrivato al termine di pressanti contatti telefonici tra il carabiniere e l’avvocato, ansioso di rettificare le dichiarazioni che aveva rilasciato in caserma.
“Ieri non ero in grado di parlare. Stavo male e farneticavo. Vorrei essere sentito quando sarò propriamente in possesso delle mie facoltà mentali. Ieri ero una larva esposta ai tuoi diktat. E minacce”: questo uno dei messaggini che aveva portato l’inquirente a raggiungere l’abitazione dell’avvocato nel complesso “Borgo degli elfi”.
Di quell’incontro, il maresciallo capo ricorda che “manifestava un evidente stato di alterazione psicofisica da assunzione di alcolici: emanava forte alito vinoso, non riuscendo nemmeno a parlare in maniera scorrevole, e perdeva continuamente l’equilibrio sbandando mentre camminava”.
“Quanto ci vuole per mettere un verbale”, la richiesta del legale, preoccupato soprattutto dal fatto che le indagini sulla “connection” fossero affidate al pubblico ministero Fabio Picuti, che conosceva per via della sua attività di avvocato.
“Fabio è un mio amico carissimo, dai non posso fa’ vede’ Fabio che mi faccio la coca”, il suo terrore. Di qui la proposta, per Aloisio e un altro suo collega, il carabiniere scelto Marco D’Ascenzi: “Penso che tremila euro so’ un buon… Eeh… Io non ho fatto mai niente! Mo’ non fa la vittima ti sto dicendo… Ti fai un amico… Distruggi l’accusa penale e non distruggi la mia immagine. Eh?”, l’ultimo tentativo, sviato dal militare.
Su questa posizione il giudice per le indagini preliminari, Giuseppe Romano Gargarella, non ha dubbi, tanto da disporre una misura cautelare, l’obbligo di firma.
“Per via della professione – scrive – doveva essere pienamente consapevole della gravità della condotta posta in essere”, un’offerta di denaro “reiteratamente avanzata, rappresentata da modalità estremamente variabili quanto a toni e contenuti, ora tese a blandire l’interlocutore […] ora tese a operare pressioni e comprimere la libertà di scelta con utilizzo di un linguaggio curiale e minatorio”.
E per Gargarella è “cosa ancor più grave” il citare Picuti, “menzionando il pubblico ministero titolare delle indagini”. Ecco perché, secondo il gip, le esigenze cautelari “sussistono nel massimo grado”.
Un’associazione criminale per gestire un ricco traffico di droga tra Napoli e L’Aquila, basata su “un vincolo improntato essenzialmente su base familiare e di comune provenienza”, “comuni basi logistiche usate per prendere accordi e far confluire i corrieri”, il “supporto di fiancheggiatori” e la “consapevolezza per tutti di far parte di un organismo associativo”, insomma, della ‘connection’.
In queste peculiarità il giudice per le indagini preliminari del tribunale del capoluogo, Giuseppe Romano Gargarella, riconosce l’esistenza del ‘reato associativo’, quello più grave contestato a 5 dei 24 indagati nell’inchiesta dei carabinieri aquilani che ha scoperchiato il sodalizio criminale, come si legge nell’ordinanza che ha disposto le misure cautelari.
Nei primi interrogatori tutti gli arrestati, i tre in carcere e i due ai domiciliari, hanno ammesso gli episodi singoli di spaccio più o meno gravi che gli vengono contestati, ma tutti hanno negato com’era prevedibile l’appartenenza a un’associazione, normata dall’articolo 74 del decreto del presidente della Repubblica numero 309 del 1990, che stanga con pene di minimo 10 anni chi organizza collettivi di questo genere.
E dell’associazione, per il gip Gargarella, quei cinque fanno parte tutti. Tra i tre maggiori protagonisti, in primis Eduardo Romano, chiamato “Direttore”, e per il magistrato “certamente il capo dell’organizzazione criminale per modalità decisionali, organizzative e strutturali”.
C’è poi Antonio Romano, detto “‘o zio”, che “supervisiona le azioni del nipote Eduardo con la sua costante presenza durante le attività illecite”: in una intercettazione con un indagato, infatti, l’altro arrestato Salvatore Mauriello parlando dell’assenza di Eduardo tranquillizza: “C’è lo zio, è la stessa cosa”.
E proprio Mauriello, anch’egli in cella, “garantisce sul territorio aquilano la materiale esecuzione e l’osservanza delle direttive impartite da Eduardo Romano”, oltre a svolgere “funzioni di raccordo con la clientela”.
Sempre dell’associazione fa parte, per il gip, anche Angelo Naindenel, campano trapiantato a Scoppito, nell’Aquilano: “figura chiave per quanto riguarda la fase logistica del mantenimento in efficienza dei veicoli utilizzati dai Romano per le cessioni, oltre che per la funzione di intermediazione nell’approvvigionamento di parte della clientela”.
Infine, “figura chiave” del sodalizio criminoso sarebbe anche l’altro aquilano, Giuseppe Giuliani, titolare del Bar Florida di piazza Duomo, “per quanto riguarda la fase organizzativa e logistica della cessione della droga soprattutto in epoca successiva all’abbandono della città da parte di Eduardo e Antonio Romano, allorché egli sostituisce in toto Mauriello, che si limita a incassare i proventi, nelle cessioni al dettaglio”.
Copiose e fantasiose le parole in codice utilizzate dagli indagati per parlare al telefono di dosi di stupefacente: ne avevano ben donde, visto che sono stati comunque intercettati e scoperti: “due gomme”, “‘a carne”, “la pratica”, “un cane”, “l’amaro”, tutti modi per indicare le partite di cocaina e hashish pronte a partire dalla Campania verso l’Abruzzo.





