L’AQUILA – Sta per cominciare il processo d’Appello sulla cosiddetta discarica dei veleni di Bussi (Pescara) ma, cosa che ha del sorprendente, nessuno, nemmeno l’Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente (Arta), nonostante le ripetute richieste, è in grado di sapere, dopo 9 anni, che cosa ci sia di preciso nella montagna di oltre 200 mila tonnellate di pericolose sostanze chimiche, ammassata in riva al fiume Pescara, a pochi centinaia di metri dalla stabilimento che, per decenni, ha inquinato le acque degli abruzzesi.  

Secondo quanto appreso da fonti interne all’agenzia, nel corso degli anni, l’Arta avrebbe chiesto più volte alle procure della Repubblica di competenza, e anche al ministero dell’Ambiente, di poter effettuare un’analisi dettagliata, metro per metro, dei veleni contenuti nel terreno e nelle acque, ovvero in gergo tecnico, di effettuare la “caratterizzazione”.

Senza, però, mai avere una risposta. Una situazione che rende ancora più problematico un quadro già caotico che sembra lontano da soluzioni praticabili.

Le uniche indagini e prelievi effettuati sono quelli del 2008, su iniziativa delle procure, a opera dei suoi consulenti, e poi quelli, secondo quanto si è appreso più complete, del 2014 commissionate dal commissario Adriano Goio che hanno dato esiti ancora più gravi rispetto ai precedenti che però non sono state acquisite agli atti processuali.

Il sito dei veleni, per ora messo provvisoriamente in sicurezza con un “capping”, una copertura per minimizzare i danni, è sotto sequestro giudiziario dal lontano 2007 quando, nel clamore generale, fu scoperto dal Corpo forestale dello Stato, e nessuno può entrarci.

Nel frattempo, come spiegato a questo giornale dall’alto dirigente del ministero dell’Ambiente Laura D’Aprile, che ha ereditato la gestione della complessa vicenda, va avanti la gara da 50 milioni di euro per la bonifica e la reindustrializzazione del sito esterno.

Gli effetti di queste mancate nuove analisi potrebbero sortire conseguenze, temono in particolare le parti civili, nel processo bis che inizierà il prossimo 21 dicembre davanti alla Corte d’assise di Appello dell’Aquila.

Un procedimento che, in mancanza di nuovo, eventuale materiale probatorio, si dovrà basare sulle carte e il materiale che ha già portato, nel dicembre 2014, la Corte d’Assise di Chieti, presieduta da Camillo Romandini, all’assoluzione, nei confronti di 18 dei 19 imputati, tutti ex dirigenti e tecnici in vario modo legati a Montedison.

Non ha poteri in materia nemmeno la D’Aprile, capo della direzione generale per la Salvaguardia del territorio e delle acque, che ha sostituto, come figura di natura e compiti differenti, Goio, scomparso qualche mese fa e che ricopriva il ruolo di commissario per l’emergenza inquinamento.

Del resto, le mancate caratterizzazioni riguardano anche altri siti intorno al polo chimico. Questa volta, però, sempre da quanto appreso, i ritardi si registrano da una serie di soggetti privati che hanno aree in concessione sul polo chimico e sono obbligati a fare i controlli, sollecitati proprio dalla D’Aprile, che attende risposte entro il 30 novembre, nella prossima conferenza dei servizi convocata a Roma.

Sia per quanto riguarda la mega discarica “Tre Monti” e gli altri siti inquinati, la mancata caratterizzazione ha come conseguenza che non è possibile predisporre, a oggi, un piano di bonifica, messa in sicurezza e prevenzione, né quantificarne i costi.

Il rischio, insomma, è che vengano ritardati sia la bonifica sia i progetti di reindustrializzazione fortemente voluti dalla comunità locale, che conta moltissimi disoccupati che prima lavoravano nel polo chimico.

A chiedere più volte invano anche all’Arta, una caratterizzazione dei veleni sono state le associazioni che si sono costituite parte civile al processo, al fine eventuale di offrire più argomenti ai pm della procura di Pescara Anna Rita Mantini e Giuseppe Bellelli, che hanno fatto ricorso alla sentenza di primo grado direttamente alla Corte di Cassazione.

Lo scorso marzo, infatti, gli “ermellini” hanno convertito in Appello tutti i ricorsi presentati direttamente a loro. La Suprema Corte ha anche stabilito che dovranno essere affrontati dai giudici di secondo grado, quelli, insomma, della Corte aquilana, e non “per saltum” direttamente al “Palazzaccio” di piazzale Clodio.

Parti civili, oltre al ministero dell’Ambiente e la Regione Abruzzo, sono il Wwf, la rete di associazioni ambientaliste “Bussi ci riguarda”, l’associazione Codici, la Provincia di Pescara, i Comuni di Pescara, Chieti, Bussi, Popoli, Spoltore, Alanno e di Castiglione a Casauria.