AVEZZANO – “I Comuni sono stati trasformati in bancomat del governo e sui sindaci si è scatenato da tempo un tiro al piccione intollerabile, di questo passo non troveremo più nessuno disposto a indossare la fascia tricolore”.

È un duro atto di accusa quello del primo cittadino di Avezzano (L’Aquila), Gianni Di Pangrazio, al centro di un caso di incompatibilità tra il suo ruolo politico e quello di dirigente della Provincia dell’Aquila, sancito dal decreto anti-corruzione, e poi risolto grazie all’intervento del Senato, che ha previsto che l’applicabilità della norma non sia retroattiva.

L’uscita di Di Pangrazio lancia l’allarme su una figura, quella del sindaco, che i diretti interessati considerano “vessata” in modo ormai insostenibile, ma la presa di posizione fa uscire le doglianze degli amministratori dai confini della politica locale abruzzese e le trasla invece su un piano nazionale.

Il marsicano, infatti, da anni dirigente pubblico di vari enti, ricopre attualmente anche la carica di vice presidente nazionale nazionale dell’Ardel, Associazione responsabili dei servizi finanziari degli enti locali.

Sul tema caldo delle incompatibilità nelle scorse settimane è andato in scena, tra l’altro, uno scontro al calor bianco tra lo stesso Di Pangrazio, alle prese con il doppio ruolo di dirigente e primo cittadino, e il ‘collega’ sindaco di Celano (L’Aquila) Filippo Piccone, incarico sulla carta incompatibile con la veste di parlamentare che ricopre da anni, anche se di recente passato da senatore a deputato.

Uno scontro risolto poi da due provvedimenti inseriti nel “decreto del fare” del governo Letta, che sanano in modo diverso entrambe le posizioni fino alla scadenza dei mandati.

“Il pasticcio del decreto 39, che il parlamento ha ricondotto entro i confini del rispetto dei principi elementari della democrazia – spiega – da un alto certifica il caos legislativo del Paese e dall’altro che i sindaci sono il bersaglio preferito della politica, nonostante il fondamentale ruolo che ricoprono”.

“Sulle nostre spalle vengono scaricate una quantità incredibile di responsabilità – sottolinea Di Pangrazio – siamo ormai l’unico punto di riferimento dei cittadini, chi ha un qualsiasi problema, dal più semplice al più drammatico, viene a parlare con noi, perché ci mettiamo la faccia, quindi non è possibile che non sia riconosciuta dignità al nostro lavoro”.

“In questo senso serve uno sforzo corale da parte delle istituzioni – aggiunge – per allentare i vincoli del patto di stabilità, almeno per gli enti virtuosi, per consentirci di utilizzare le risorse congelate per la messa in sicurezza degli edifici pubblici e delle scuole, per ridare forza ai primi cittadini e consentirgli di confrontarsi con le comunità locali avendo dalla loro parte gli strumenti necessari”.

“Finora siamo stati relegati al ruolo di esattori dello Stato e di capro espiatorio di ogni nefandezza – sottolinea – se continua così sarà difficile trovare persone che si vogliano mettere al servizio dei cittadini con onestà e competenza andando a fare il sindaco”.

Nel frattempo Di Pangrazio riferisce di essere tornato in servizio in Provincia, dopo la decisione di autosospendersi in attesa che il parlamento facesse chiarezza: “all’epoca della mia elezione non c’era nessuna incompatibilità, quindi sono tornato al lavoro e, contestualmente, ho di nuovo rinunciato alla mia indennità da sindaco, 43 mila euro che saranno destinati al sociale”.