L’AQUILA – Dacia Maraini conosce bene l’Abruzzo, terra difficile e coraggiosa, con cui ha un rapporto profondo e non solo per la casa a Gioia dei Marsi, o per la lupa salvata quasi un anno fa, o per le iniziative culturali che ha portato nel capoluogo abruzzese fino a oggi.

La scrittrice e saggista toscana ‘sfora’ spesso nel teatro, da sceneggiatrice e drammaturga, come nella poesia. E riesce a sedersi per dialogare qualche minuto con la giusta serenità nel bel mezzo del ridotto del Teatro comunale che aspetta lei e una delle grandissime del teatro italiano, aquilana d’adozione, Piera degli Esposti, arrivata con un leggero ritardo e in preda a un vero affanno, ma gestito da donna che sul palco e nella vita culturale non invecchia mai, nonostante l’anagrafe dica il contrario.

L’occasione per confrontarsi con due delle maggiori esponenti del mondo della cultura italiana è una lezione di teatro nell’ambito del progetto itinerante ideate dall’associazione Teatro di Gioia dei Marsi. Un bell’accenno di privamera, con vento annesso, ‘benedice’ chi ha voglia e coraggio di passeggiare per le vie del centro storico aquilano come se nulla fosse accaduto e immaginando, forse, di trovarsi nella stessa, meravigliosa città che la Maraini e la Degli Esposti conoscono molto bene.

Signora Maraini, una lezione di teatro in uno scenario difficile da trovare altrove.

È  il teatro tragico, il teatro della città invisibile, fantasma. Qualcosa che addolora chi ama questa città.

Lei nei suoi lavori ha sempre avuto una grande considerazione per la bellezza. Quando guarda L’Aquila, o quando la ricorda, la immagina, quale bellezza trova?

L’Aquila ha una bellezza storica e architettonica incredibile. Qui, storia e cultura si fondono perfettamente. L’Aquila è stata un importantissimo centro di scambi commerciali e culturali. Non è possibile pensare all’Aquila senza la cultura, senza gli studenti. Come si può accettare la perdita di certe peculiarità? Guardiamo alla tragedia della casa dello Studente, una tragedia che si poteva evitare, che fa rabbia per ciò che rappresenta, dalle case costruite male alle rassicurazioni di chi aveva il compito di proteggerli.

Le emergenze post-sisma sono molte. E’ possibile, secondo lei, mettere da parte la cultura per dare spazio a una ricostruzione ‘fredda’, per concentrarsi solo sulle case e sugli edifici più urgenti? Oppure, cultura e abitazioni devono andare di pari passo?

Credo che sia il caso di ritrovare le radici e ricostruire i luoghi importanti della città, quelli che ‘fanno’ una città. Le periferie tirate su alla meglio sono fredde e uguali alle altre ovunque e tendono a livellare verso il basso tutto ciò che invece dovrebbe rappresentare la città e chi la vive. L’Aquila va ricostruita intorno ai suoi punti di riferimento, chiese, piazze, teatri, fontane, il Castello. Mi sembra che invece si stiano mettendo da parte i punti focali di questo posto splendido e ferito.

Senza retorica: L’Aquila è lo specchio dell’Italia?

Una somiglianza c’è. Purtroppo, devo dire. Il disamore per il proprio territorio, l’incapacità di organizzarsi attraverso strutture ben fatte, la trascuratezza che ha fatto sì che cadessero palazzi nuovi, sono aspetti che appartengono sì al Paese, ma qui sono venute fuori in una forma diversa, più evidente. Sono esempi sbagliati che vanno presi per cambiare rotta e ripensare completamente la ricostruzione della città, cui potrebbe seguire la ricostruzione dell’Italia. L’Aquila è adesso al centro della questione italiana, può e deve diventare la culla della rinascita di una nazione in forte difficoltà.

Una nazione che perde cultura giorno dopo giorno. Lei ha modo di girare il mondo: come viene guardata l’Italia al di fuori dei propri confini, dal suo punto di vista?

Pochi giorni fa ero a Boston, negli Stati Uniti. L’interesse nei nostri confronti è sempre molto forte, soprattutto per la nostra cultura, un calderone dentro cui metto anche moda, cibo, tutto ciò che da noi rappresenta la creatività. Ecco, è alla creatività che si deve puntare. Sarebbe ingenuo continuare a credere di poter competere con i cinesi per i jeans da vendere. Si deve investire sulla cultura, ma i tagli dicono che si va nella direzione opposta.

PIERA DEGLI ONESTI, ”AQUILANI DURI COME DURANTE I MOTI, TOCCA A LORO RICOSTRUIRE”

Ha iniziato la sua enorme carriera sul finire degli anni ’60 proprio qui all’Aquila, al teatro Stabile, luogo in grado di ospitare altri giganti come Carmelo Bene e Gigi Proietti. Torna nella ‘sua’ L’Aquila e la vede ferita, stravolta, ma quando guarda negli occhi gli aquilani ritrova la forza che ha sempre contraddistinto la gente di queste montagne.

Piera degli Esposti, lei ha vissuto, come molti di noi, una città in piedi e fiera di esserlo. Oggi non è più così.

E terrificante vederla ridotta così, ma io so quanto è forte L’Aquila. Si rialzerà.

Cosa manca dal suo punto di vista per iniziare la ricostruzione?

Manca la spinta della gente dell’Aquila. Gli aquilani sono un popolo a parte, sono audaci, non cadono facilmente, sanno lottare. Ricordo i Moti del ’71: furono la dimostrazione del vigore e dell’orgoglio che questa città sa tirare fuori nei momenti peggiori.

E la poltica? Senza aiuti, la forza non basta.

Gli aiuti vanno e vengono, la politica non cambia mai. Saranno gli aquilani a riprendersi L’Aquila. La storia dice questo, sarà così anche stavolta. Ne sono sicura.

PEZZOPANE, ”DOPO LA GUERRA, L’AQUILA RINATA GRAZIE ALLA CULTURA”

“Furono gli aquilani a rimettere in piedi la città dopo la guerra, quando si decise di dare grande risalto alla cultura. I risultati si sono visti: teatro Stabile, Solisti aquilani, istituzione sinfonica. L’identità aquilana è stata ricostruita con dei passi faticosi, ma mirati a fare della cultura un settore vitale”.

Così l’assessore alle Politiche sociali del comune dell’Aquila, Stefania Pezzopane, che ha voluto fortemente la Maraini e Piera degli Esposti al Ridotto del teatro comunale.

“In fondo – ha detto l’assessore – a noi tocca fare la stessa cosa. Investiamo su ciò che avevamo, ma anche sui nuovi spazi, specie per i giovani. Sosteniamo fortemente le istituzioni e le associazioni, muoviamoci per dare un senso alla nostra cultura così in difficoltà”.

“Abbiamo l’obiettivo di L’Aquila capitale della cultura 2019 – ha concluso – è lì che si deve arrivare con la giusta convinzione”.

DEGLI ESPOSTI E DACIA MARAINI:
‘AQUILANI, FORTI COME NEI MOTI’