L’AQUILA – Una trentina di allevatori e agricoltori ha occupato l’ingresso della sede del Parco regionale Sirente Velino a Rocca di Mezzo (L’Aquila). La protesta è motivata dai mancati risarcimenti, arretrati di 3 anni, degli ingenti danni, 50 mila euro ad azienda in media, da loro subìti da parte della fauna selvatica, in particolare cinghiali e cervi, il cui numero, nell’area protetta, è oramai ampiamente fuori controllo, essendo vietata la caccia, e in quanto gli abbattimenti selettivi si sono rivelati un’inefficace contromisura.

A interloquire con i manifestanti è stato il direttore del parco, Oremo Di Nino, visto che il commissario, Annabella Pace, dirigente regionale, aveva altri impegni. Di Nino ha spiegato che il Parco “ha le mani legate, perché non ha soldi”, e di “aver segnalato più volte alla Regione il problema”.

Per gli allevatori si tratta, però, solo di uno scaricabarile tra la Regione e il Parco, giudicato da tutti i manifestanti come “un inutile baraccone” che, con i suoi 800 mila euro di budget annuali, non fa altro che alimentare se stesso, pagando stipendi e spese di funzionamento.

A complicare le cose ci si è messa anche l’Unione europea, con la norma del “de minimis”, secondo la quale non si possono superare i 15 mila euro di risarcimenti in 3 anni, perché altrimenti diventerebbero illegittimi aiuti di Stato.

Il punto contestato è che 15 mila euro in 3 anni sono una cifra improponibile per allevatori e agricoltori che hanno subìto danni molti più ingenti. La vicenda del de minimis blocca anche l’erogazione dei fondi che potrebbero essere accreditati visto che, a rinunciare prima di fare chiarezza, sono stati proprio gli agricoltori.

“Oramai siamo alla mera sopravvivenza non abbiamo soldi per mandare avanti le nostre aziende – spiega Vinicio Blasetti, agricoltore di Massa d’Albe – Già il mercato è difficile, noi in più subiamo ogni anno le devastazioni della fauna selvatica”.

“I risarcimenti che ci vengono riconosciuti dai periti – aggiunge Giuseppe Turavani, agricoltore di Goriano Valli – sono già di gran lunga inferiori ai danni effettivi. Per di più non ci danno nemmeno quello ci è stato riconosciuto, complice anche la vicenda del de minimis”.

L’uomo si sfoga assicurando che “oramai fare agricoltura nell’area protetta è diventata un’impresa. Moltissime aziende agricole si trovano in seria difficoltà, ma questo non importa niente a nessuno. Il Parco così non serve a nulla, tanto vale chiuderlo”.

E a sorpresa è d’accordo con gli agricoltori anche il direttore Di Nino, che è anche direttore del Parco nazionale della Majella, per un compenso complessivo di circa 100 mila euro lordi l’anno. Stipendio parametrato a quello di un dirigente regionale, per fare in questo caso un doppio servizio, ma che gli agricoltori, coloro che dovrebbero essere  tutelati e aiutati dal Parco, si sognano. Per la cronaca nele casse del Parco per i rimborsi ci sono appena 1.500 euro.

“Siamo al fianco degli agricoltori – dice Di Nino –  abbiamo messo per iscritto come comportarsi con il de minimis e siamo in attesa di una risposta ufficiale della Regione. L’assessore Dino Pepe dice, però, che il Parco dovrebbe inoltrare una richiesta di chiarimento nei confronti dell’Unione europea. Il Parco ad oggi non può fare assolutamente nulla”.

“Un Parco che ha il budget per mantenere se stesso ha poco senso, se la Regione non è in grado di gestirlo ci sono due strade, o farlo diventare Parco nazionale o chiuderlo”, aggiunge.

Alla domanda se sarebbe disposto a dimettersi per solidarietà agli agricoltori e in polemica con la Regione che non fa nulla per il suo ente, Di Nino risponde che  “sarebbe la scelta naturale”, ma il suo essere a “scavallo” con il Parco della Majella rappresenta un impedimento in tal senso.