ROMA – “È una attività come si dice quasi burocratica, quasi automatica, che avviene in questo modo automatico, anche un pochettino… Però… Come quando uno va a fare i test di autovalutazione, come dire, uno va a scuola, è bravo, è buono. Cosa le devo dire?”.
Il 4 febbraio 2020 in un report inviato dal Ministero della Salute all’Organizzazione mondiale della Sanità, sarebbero stati gonfiati i test di autovalutazione della capacità dell’Italia di resistere a una pandemia, millantando una organizzazione che non esisteva ancora.
La rivelazione esplosiva nell’ultima puntata di Quarta repubblica, condotta su rete 4 da Nicola Porro, è stata fatta dal direttore del dipartimento Salute della Regione Abruzzo, Claudio D’Amario, da febbraio 2018 e gennaio 2020 direttore generale della prevenzione del Ministero della Salute, come successore di Ranieri Guerra, ora uomo forte e di esperienza della sanità abruzzese, ex dg della Asl di Pescara.
Una ammissione che coinvolge indirettamente il ministro della Salute, Roberto Speranza, già finito nel mirino dell’ultima trasmissione di Report di Raitre condotta da Sigfrido Ranucci, che ha rivelato una mail dell’ex capo della prevenzione del Ministero Guerra, dal 2018 vice direttore per l’Europa dell’Organizzazione mondiale della Sanità, inviata il 14 maggio del 2020 al ministro Speranza, quasi a scusarsi per la pubblicazione del dossier, che non era riuscito ad impedire, elaborato dai ricercatori di Venezia dell’Oms guidati da Francesco Zambon e poi fatto sparire dopo appena 24 ore dal sito dell’organizzazione.
Dossier in cui si squadernava un quadro impietoso dell’impreparazione del Paese davanti alla pandemia del coronavirus, anche e soprattutto per non essersi dotato di un piano pandemico nazionale, datato al 2006 e mai aggiornato, se non con un copia-incolla del 2017, e che se operativo prima dell’epidemia di covid-19 esplosa nel febbraio 2020, avrebbe potuto salvare, questa la tesi dei ricercatori, migliaia di vite umane.
“È con dispiacere personale che confermo la pubblicazione del rapporto, elaborato dall’ufficio di Venezia senza l’autorizzazione degli uffici centrali di Ginevra, che era stata negata venerdì e ribadita lunedì dopo mio intervento piuttosto pesante”.
“Non so che dire, aldilà della mia personale dissociazione dal rapporto, che però farà danni ugualmente”, alcuni passaggi nella mail di Guerra. Quarta Repubblica ha invece puntato il faro su un report di autovalutazione mandato datato 4 febbraio all’Oms, che porta la firma di D’Amario, in cui si illustrava come il Paese si stesse preparando alla pandemia, tenuto conto che a inizio gennaio era stato già dichiarato lo stato di allerta sulla possibilità di arrivo del virus dalla Cina.
Uno dei legali dei familiari delle vittime del covid di Bergamo, Consuelo Locati, sostiene che in quel rapporto “è stato scritto che eravamo perfettamente pronti, che avevamo tutto, scorte di dispositivi di protezione individuali per i medici, laboratori in numero adeguato per processare i tamponi, sistema di tracciamento”. A quel punto gli inviati hanno contattato telefonicamente D’Amario, che ha spiegato che “sì, in effetti l’autovalutazione è stata oltremodo “generosa”. Il ministro della Salute di Leu, nel secondo governo di giallo-rosso di Giuseppe Conte e confermato dal governo delle larghe intese di Mario Draghi, è oggetto in queste settimane degli attacchi in particolare della Lega, che ne chiede la rimozione, seppure faccia parte della stessa ed eterogenea maggioranza, pronta a presentare assieme a Fratelli d’Italia, unico partito all’opposizione nel centrodestra, una mozione di sfiducia, per la “pessima gestione della pandemia”.
Vicenda, quella del mancato aggiornamento del Piano pandemico, su cui ora indaga la Procura di Bergamo, che avuto come protagonista anche Claudio D’Amario, interrogato a gennaio sul mancato aggiornamento del Piano pandemico nazionale in procura di Bergamo, come persona informata dei fatti. D’Amario ha poi detto la sua verità agli inviati di Report che lo hanno raggiunto nel suo ufficio di Pescara: “Il piano pandemico non è scattato dopo le prime avvisaglie dell’epidemia, ma a farlo dovevano essere i vertici del ministero della Salute, ci vuole la condivisione della politica. Noi facciamo proposte, non è che siamo decisori”.
Del resto, “già dal 2018 avevo sollecitato la necessità di aggiornare il piano”, ma “era evidente che non era una priorità da parte dei ministeri”. Incalzato dunque dal cronista, che gli ha chiesto perché dopo l’alert dell’Oms di febbraio sui primi preoccupanti segnali di diffusione del virus in Italia, non sia scattato il massimo livello di emergenza, in codice “fase 3- livello 1”, D’Amario ha risposto: “Non era un obbligo far scattare la fase 3. Fu discusso all’interno della task force se il modello da seguire fosse quello dell’influenza o dell’andamento clinico della Cina”. E ha rivelato: “fu proposto dall’Iss di fare un nuovo piano Covid dedicato a questa nuova pandemia”, e che ovviamente le scelte della task force sono state “verbalizzate e condivise”, “anche dal ministro Speranza”. D’Amario è tornato poi sul piano pandemico, ribadendo che “quello del 2006 e tutt’ora il piano pandemico nazionale e l’aggiornamento del 2017 era del sito, e non del piano”.
E che ho saputo nell’estate 2018” che il l piano andava aggiornato”, con un iter che poi è stato avviato, ma lungo e complesso. In buona sostanza D’Amario ha sostenuto che a mancare è stata la volontà politica, per prepararsi al meglio ad affrontare un’ipotetica pandemia. Troppo facile insomma poi prendersela con i tecnici e alti dirigenti, e con chi ha solo un ruolo di consulenza. E del resto D’Amario scrisse una lettera del settembre 2018, all’allora ministro della Salute, Giulia Grillo, del primo governo Conte, evidenziando la necessità di aggiornare il Piano.
Speranza, incalzato da Report sul mistero del dossier censurato, aveva fatto rispondere ai suoi collaboratori del Ministero che “non si trattava di un documento ufficiale dell’Oms, e non è stato mai trasmesso al Dicastero”, e che dunque “non era mai stato commentato né valutato”. Ma, sostiene Report, Speranza “non poteva non sapere dei contenuti del dossier” e della sua celere rimozione; a rafforzare questa tesi, un messaggio di Guerra in cui riferendosi al capo di gabinetto di Speranza, Goffredo Zaccardo, dice “il capo didi gabinetto dice se riusciamo a farlo cadere nel nulla. Se entro lunedì nessuno ne parla vuole farlo morire”.
Rimozione dal sito come detto avvenuta nel giro di poche ore, per poi rispuntare.
Secondo la procura di Bergamo che indaga sulla vicenda, ad “adoperarsi personalmente” per la sua sparizione del dossier fu proprio l’ex direttore aggiunto dell’Oms, indagato per false testimonianze ai pm. Solo di uno degli elementi dell’inchiesta della procura bergamasca che riguarda anche il mancato aggiornamento del Piano e l’ospedale di Alzano.
Oltre a Guerra sono infatti indagati, per altri reati, anche alcuni ex dirigenti della sanità in Lombardia. Fonti della procura di Bergamo sostengono che non ci sono elementi per ritenere che Speranza intervenne per la rimozione dal sito web dell’Oms del rapporto. Tornando alla mail di Ranieri Guerra a Speranza, l’impressione è quella di una supplice richiesta di scuse per non essere riuscito a impedire lo scottante rapporto.
“Avevo imposto la discussione preliminare con te, Silvio (Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore della Sanità, ndr), Franco Locatelli, (presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Comitato tecnico scientifico ndr), Andrea Urbani (direttore generale Ministero della Salute, ndr) e Ruocco”, l’attuale segretario generale del ministero della Salute, “per lo meno, al fine di evitare di accendere inutili e dannose polemiche”. “Il momento è delicato… Si sarebbe potuto utilizzare il rapporto come camera di amplificazione degli straordinari provvedimenti di governo“. “Purtroppo mi è stata negata ogni possibilità di intervento, invocando da parte degli autori la libertà, l’autonomia e l’indipendenza senza valutare i danni collaterali e l’inevitabile crollo della reciproca fiducia. Non so che dire, aldilà della mia personale dissociazione dal rapporto, che però farà danni ugualmente“.






