L’AQUILA – La leggerezza, l’energia e la semplicità.
Sono questi i tre aggettivi con cui l’abruzzese Roberto Gnoli, ex calciatore professionista e per una quindicina di anni nel mondo dello spettacolo accanto ad artisti del calibro di Pippo Baudo e Raffaella Carrà, ricorda la popolare conduttrice scomparsa il 5 luglio scorso, a 78 anni, dopo una lunga malattia.
E lo fa a qualche giorno dai funerali, celebrati alla Basilica di Santa Maria in Aracoeli, a Roma, dove sono accorsi in centinaia tra giovani e meno giovani, per rendere omaggio, dice lo stesso Gnoli, “a un’icona della televisione, che ha dedicato tutta la sua vita alla propria professione, lavorando instancabilmente e dispensando insegnamenti a chiunque abbia avuto la fortuna di stare al suo fianco”.
“Con Raffaella avevo un ottimo rapporto sia professionale che personale – racconta – Per anni siamo stati a stretto contatto quasi tutti i giorni e da lei ho potuto imparare moltissimo anche a livello umano”.
Oggi noto imprenditore nel mondo della comunicazione e dell’organizzazione di eventi, Gnoli ha approcciato alla tv a fine anni Novanta, dopo aver giocato come portiere per il Lanciano, L’Aquila calcio e Pescara calcio, militando anche in serie A e B. Con la Carrà ha avuto modo di lavorare nei programmi Rai Carramba! Che fortuna e i Fantastici, la striscia quotidiana andata in onda nel 1999, per 64 puntate, nata proprio con l’obiettivo di dare spazio ai Carramba boys, i giovani che allietavano gli stacchetti del caschetto biondo bolognese, o aprivano le sfere regalando migliaia di lire o milioni ai telespettatori che, da casa, chiamavano per partecipare a uno dei giochi del format abbinato alla Lotteria Italia.
Della conduttrice, da molti considerata regina della tv italiana, ricorda principalmente “il suo temperamento e la sua dedizione al lavoro”.
“Era una donna straordinaria – dice ancora Gnoli ad AbruzzoWeb -, che metteva energia e passione in tutto quello che faceva e l’insegnamento più grande che ci ha lasciato è proprio il sacrificio, la cura per il proprio lavoro. Perché se si crede in quello che si fa e lo si fa bene in un modo o nell’altro si viene sempre ripagati”.
“Il ricordo più bello? Sicuramente la prima audizione – aggiunge -. Oppure quando, durante le prove generali per una puntata di Carramba, fui costretto a indossare un cappellino per coprire una tinta mal riuscita e, nel momento in cui lo tolsi e vide i miei capelli arancioni, scoppiò a ridere di gusto. Di quella stessa risata che per anni ha rappresentato il suo segno distintivo, il suo marchio di fabbrica e in cui, ancora oggi, si potrebbero sintetizzare la sua carriera, la sua vita, il suo successo”.






