L’AQUILA – “Un’esperienza di volontariato nei campi allestiti per i terremotati. Profonda, toccante, che ci ha lasciato dentro belle emozioni e nuove amicizie che continuiamo a coltivare, otto anni dopo, nonostante la distanza”.
Fiorenza e Angela Spada, due sorelle di Alfedena (L’Aquila), un borgo incastonato nel Parco nazionale d’Abruzzo, raccontano con commozione, la vita nel campo di Paganica, frazione dell’Aquila, duramente colpita dal sisma del 6 aprile 2009, dove prestarono servizio come volontarie.
In un campo che ospitava circa 500 persone.
“C’erano compiti specifici per tutti – ricordano – chi lavorava in ufficio, chi era addetto di magazzino, alla porta carraia, alla logistica, operai elettricisti e muratori, chi stava in cucina, alla distribuzione dei pasti e alla pulizia dei bagni. Tutti uniti per portare soprattutto sorrisi, speranza e conforto”.
Quella notte del 6 aprile, del resto, non la scorderanno mai.
Buttate giù dal letto a causa della scossa delle 3.32 a 120 chilometri di distanza dall’epicentro,” il pensiero andò subito all’Aquila, perché tanti compaesani erano lì per l’università”, aggiungono.
Gente di Alfedena, il borgo che ha conosciuto anch’esso la devastazione causata dal terremoto, subendo parecchi danni il 7 maggio 1984 e su cui si abbatté la forza distruttrice dell’uomo: durante la seconda guerra mondiale, infatti, il paese fu ripetutamente bombardato, per la sfortunata centralità con la linea Gustav, nel tentativo di debellare la resistenza tedesca.
“Un groppo in gola – continuano a ricordare il terremoto le due sorelle – e la paura di accendere la televisione e Facebook per le notizie, ma allo stesso tempo voler capire dove fosse l’epicentro per accertarsi che non fosse successo nulla di grave”.
In un paese in fermento per cercare di poter fare qualcosa fin da subito, per aiutare quell’infinità di persone senza più casa.
“In autonomia si poteva fare poco – ricordano – a parte una raccolta di abiti e coperte consegnati nel giro di pochi giorni. L’unica soluzione era quella di essere iscritti a qualche associazione di protezione civile per poter partire”.
Ad Alfedena, l’unica titolata era l’Associazione nazionale alpini.
“Il capogruppo si diede dato subito da fare, l’Ana nazionale aveva riaperto le iscrizioni e così da ogni paese furono pronti i volontari”.
“I volontari della protezione civile e gli alpini Ana Abruzzo arrivarono nel pomeriggio del 6 aprile, molti di loro lavorarono anche 24 ore al giorno. Poi, ognuno in base alle proprie competenze, furono reclutati per i soccorsi e l’allestimento del campo”.
Il presidente Ana Abruzzo e il coordinatore regionale furono informati che a Paganica ancora non c’erano aiuti.
Inizialmente l’allestimento fu approntato nel campo da rugby, poi spostato poco più su e denominato Campo 4 Ana”. Fiorenza e Angela alla fine riuscirono ad arrivare all’Aquila solo a luglio, dopo aver ricevuto la conferma di iscrizione e con l’alternarsi dei gruppi.
Non avendo competenze specifiche, vennero assegnati loro i ruoli di addette a cucina, mensa e pulizia dei bagni.
Di quell’esperienza hanno conservato tantissimi ricordi custodiscono gelosamente.
“Le persone ospitate nel campo, quando venivano a mensa, non smettevano mai di ringraziarci. E chissà quanto in più avremmo voluto fare per loro!”.
“Durante il giorno, nonostante il caldo, chi non andava a lavorare rimaneva chiuso nella propria tenda, i campi sembravano quasi disabitati, c’eravamo solo noi volontari al lavoro e qualche bambino che veniva a giocare nella tensostruttura. Se non fossi stata al servizio mensa, penso che molti di loro non li avrei mai visti”, afferma Angela.
Tra l’altro, fare amicizia in un momento così difficile fu per alcuni un toccasana, nell’unirsi anche con degli estranei per condividere mesi di angosce.
“Alcuni di loro però ci sono rimasti nel cuore, come la signora Maria, che come tanti altri ogni giorno tornava a casa sua, seppure inagibile, per sistemare alcune cose”.
Con la signora Maria, Angela e Fiorenza andarono pure a raccogliere le prugne nel suo giardino “perché era un peccato – diceva Maria – se fossero andate a male. Piccoli gesti, di una normale quotidianità, tra gente che aveva perso tutto, in un momento in cui un albero, carico di vita e di frutti, rappresentava un sottile filo di continuità con la vita di prima”.
“Ma anche il signore anziano che veniva solo la mattina – ricordano ancora – faceva una colazione abbondante e poi si andava a sedere sotto un albero. Tutti i volontari si chiedevano come mai di quella colazione esagerata, poi si accorsero che a pranzo e cena non veniva mai”.
“Il vecchietto ci confessò che, non avendo più i denti, non poteva mangiare nulla che non fosse morbido e quindi gli bastava una bella colazione, poi qualche altra cosina l’avrebbe mangiata in tenda. Avrebbe potuto chiedere agli addetti della cucina e al cuoco, che di sicuro si sarebbero messi a disposizione, invece a lui stava bene così, non voleva dare fastidio”.
La cosa che più le colpì fu proprio la dignità di queste persone.
“Avevano tutti paura di dare fastidio, nonostante avessero diritto all’assistenza, dal momento che il mostro li aveva privati non solo del tetto magari tanto sudato per una vita intera, ma soprattutto della normale quotidianità, fondamentale per sopravvivere dopo una certa età”.
E poi, gli scampoli di vita con Daniel, un bambino affetto da celiachia “Sempre super attivo, nonostante fosse piccolissimo ci chiedeva se poteva avere il suo gelato: Mi raccomando solo quello col bollino blu che gli altri non li posso mangiare!”.
Angela e Fiorenza, alla fine, sono tornate a casa, rimanendo comunque in rapporti amichevoli con tante delle persone incontrate, rapporti facilitati anche dai social.
“Da questa esperienza è nata una grande amicizia con Angela Cocciolone, un affetto profondo, non spiegabile con le parole, solo chi ha vissuto esperienze simili sa di cosa stiamo parlando. Angela volontaria e terremotata nello stesso momento ha messo sempre davanti il bene comune all’egoismo”.
“Al di là di ogni pensiero sociale o politico – concludono – il volontariato si basa su una causa comune, aiutare gli altri nel momento del bisogno. Tutto questo immancabilmente unisce e crea dei rapporti spontanei, degni e paragonabili alle amicizie di una vita intera”.



