L’AQUILA – Diventa definitiva la sentenza per bancarotta fraudolenta nei confronti di Michele Passarelli ed Eliseo Iannini, due ex presidenti dell’Aquila Calcio tra la fine degli anni Novanta e la prima metà del Duemila, condannati in relazione al fallimento, avvenuto nel 2004 con quasi 2 milioni di euro di passivo, del sodalizio rossoblù, che allora militava da anni in serie C1.
Ma c’è un ultimissimo ricorso presentato alla stessa Corte di Cassazione per annullare la decisione degli “ermellini” per un errore di fatto che, secondo le difese, sarebbe stato commesso in sede di motivazione.
Una notizia che fa piovere sul bagnato all’interno del club rossoblù, oggi alle prese con la retrocessione sul campo tra i dilettanti della serie D e una crisi societaria con contestazione dei tifosi che potrebbe sfociare nel ritorno in sella della famiglia Iannini, come viene vagamente ipotizzato al termine di una nota stampa sulla condanna.
Lo scorso 31 marzo la Suprema Corte a sezioni unite ha rigettato i ricorsi proposti dai legali di Passarelli, Antonio Valentini e Fabrizio Giancarli, e Iannini, Massimo Manieri e Cristiana Valentini, confermando la sentenza emessa il 24 marzo 2014 dalla Corte di Appello dell’Aquila.
In secondo grado i due avevano visto le rispettive pene irrogate in primo grado nel 2012 ridotte da 7 anni e 6 mesi a 4 anni e 6 mesi per l’imprenditore calabrese, e da a 4 anni a 3 anni per il costruttore aquilano.
Entrambe le pene sono state indultate secondo quanto disposto nel 2006, ossia scontate di 3 anni: Iannini è a zero, Passarelli ha un residuo di 1 anno e 6 mesi che sta scontando agli arresti domiciliari.
Il caso, trattato inizialmente dalla seconda sezione penale, è poi finito alle sezioni unite per un contrasto sull’interpretazione della nuova norma sul falso in bilancio: a presiedere il collegio giudicante c’era il primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, già capo della Corte d’Appello aquilana.
“Pur nel rispetto dell’operato della magistratura, l’architetto Iannini si accinge a depositare un ricorso straordinario per l’annullamento della sentenza – spiega l’avvocato Manieri – stante la necessità di correggere l’errore di fatto commesso in sede motivazionale dal redattore, errore che ha costituito il presupposto della conferma della sentenza”.
Secondo quanto appreso da fonti legali, pur asserendo che Iannini all’epoca ha versato “ingenti somme”, la condanna della Cassazione è incentrata su un conto corrente bancario intestato allo stesso imprenditore, dal momento che la società era protestata, in cui ci sarebbe una somma da 25 mila euro che i giudici ritengono distratta mentre lui avrebbe dimostrato il suo uso per fini societari.
Iannini, dal canto suo, esprime nella nota il proprio personale “rammarico per un epilogo doloroso come, d’altronde, dolorosa è stata tutta l’intera questione”.
“Sin dall’inizio, dopo essere stato tirato dentro, gioco forza, in una situazione già fallimentare con tutte le implicazioni del caso e con il presunto sostegno della politica locale del tempo – ricorda – che poi si è dileguata nel giro di un mese, la vicenda è apparsa subito catastrofica”.
Il riferimento è alla “cordata” di imprenditori cui Iannini faceva parte, prima di restare solo, incoraggiata dall’allora classe dirigente di centrodestra. Il tentativo di salvataggio andò male con la retrocessione sul campo in serie C2 e la successiva cancellazione. L’Aquila dovette ripartire dai dilettanti ed è tornata nel calcio professionistico, da cui ora è retrocessa, solo nel 2010, con in mezzo anche il terremoto.
“Nonostante un ingente quantitativo di denaro immesso nelle casse societarie – conclude Iannini – purtroppo ho pagato e continuo a pagare in prima persona, anche e soprattutto in questo momento in cui mi accingo, con la mia famiglia, a sostenere nuovamente i colori della nostra città”.




