L’AQUILA – Riceviamo e pubblichiamo da Tina Massimini e Alfonso De Amicis una durissima critica sul nuovo soggetto politico aquilano, la Costituente L’Aquila, composto dalle forze di centrosinistra del capoluogo di regione abruzzese e presentato nei giorni scorsi nella sede del Partito democratico,

Una durissima critica, ma pure una lunga riflessione su quello che, secondo Massimini e De Amicis, persone legate da sempre all’estrema sinistra cittadina, è lo stato di salute della politica italiana, con gli inevitabili riflessi sulla situazione locale.

Qualche giorno fa ci siamo ritrovati di nuovo con l’ennesimo cantiere della sinistra presentato come novità cittadina. Difficile non capire che non era altro che la solita coalizione di centro-sinistra al potere per 10 anni in questa città. 

Più che di coalizione però si dovrebbe parlare di coazione a ripetere…”

D’altronde, quando ti poni in situazioni penose senza renderti conto di averle attivamente determinate, è meglio gettare la maschera, anziché indossarla.

Forse non ci si rende pienamente conto, o si fa finta che siamo in presenza da decenni di una devastazione culturale prima ancora che economica e sociale.

Lo stato penoso dell’Italia ci è stato fornito dall’intervista che Romano Prodi ha dato alla giornalista “democratica” Lucia Annunziata. 

E Prodi con solerzia e giustificazione postuma, ha sostenuto che lo smantellamento della migliore industria italiana fu dovuta all’ubbidienza verso Ciampi e soprattutto a quel mantra che abbiamo sentito per almeno trenta anni del “ce lo chiede l’Europa”. 

In nome di quel mantra siamo stati il Paese più ubbidiente e più ossequioso alle politiche di austerità e di deflazione salariale che hanno impoverito i popoli europei, soprattutto quelli mediterranei. 

Nella “storia universale dell’infamia” – grazie a Borges – c’è sempre posto per qualche volto nuovo. Ed è un segno di quanto, anche dalle parti del “padre nobile del Partito democratico”, non ci si renda conto del disastro sociale, economico e politico creato in questo Paese e su cui è cresciuta la destra fascio-leghista. 

Questa specie di politica può essere contrastata solo da una opposizione di classe. 

Una opposizione che rimetta al centro le condizioni reali degli sfruttati, dei giovani precari, che rimetta al centro i vecchi e i nuovi bisogni sociali non soddisfatti da un mercato che non ha nulla di autoregolato.

Sanità, scuola, reddito, pensioni, accoglienza e vita dignitosa per i migranti.

Soprattutto porre una grande attenzione ai più di cinque milioni di italiani che negli ultimi dieci anni sono dovuti fuggire a causa della più grossa crisi dal 1929, il più grande disastro in tempi di pace. 

Il saldo tra emigrati e migranti, secondo i dati Istat, è a favore dei primi, nel senso che sono partite più persone di quante ne siano arrivate, alla faccia degli xenofobi di professione.

Vanno dunque smascherate le politiche europee che hanno prodotto solo macelleria sociale, così come va smascherata la finta opposizione a queste politiche di Matteo Salvini e di tutta la destra. 

Essa, quando è stata al potere, si è genuflessa di fronte alla potenza di fuoco della Germania e dei suoi satelliti, così come delle politiche monetarie e della bassa inflazione della Banca centrale europea.

Solo propaganda, fumo negli occhi e agitazione di parole d’ordine per alimentare la guerra tra poveri per conto del capitale.

I due Matteo – Matteo Renzi e Matteo Salvini – sono solo figli della televisione berlusconiana nata negli anni del disincanto e dello “yuppismo”.

Bisogna far luce e comprendere che i selfie e le parole di Salvini contano quanto quelli dei turisti di Disneyland coi figuranti travestiti da Topolino o Cenerentola, in una realtà creata e pompata ad arte sia dalle televisioni generaliste che dai social-media per distrarre le masse da quelli che sono i veri problemi e soprattutto le soluzioni; Salvini è solo un figurante dello spettacolo, uno youtuber onnipresente che succhia i rosari e abbraccia gli ulivi.

Intanto quattro mosche di velluto grigio – Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Roberto Speranza – chiudendo la campagna elettorale in Umbria hanno fatto finta sia di non sapere che avrebbero perso, sia che il governo dell’Italia si decide a Bruxelles e nei Consigli di amministrazione delle multinazionali, non a Narni.

Anche perché, siamo seri, i risultati elettorali oggi contano quanto i sondaggi, cioè un tubo: carta vince, carta perde, è il solito gioco, con gli elettori che credono di scegliere, mentre il banco vince sempre.

Per cui, o ci si rende conto che occorre far saltare il banco, o si può continuare a recitare, come all’Aquila, al solito frontismo fine a se stesso. 

La classica sommatoria di sigle senza alcuna rappresentanza sociale, tanto per fare una rimpatriata tra vecchi amici e qualche ex nemico.

Eppure, fa specie constatare che c’è ancora chi crede ai panegirici di chi è stato responsabile di questa rovina, di questo danno, di questa sciagura. 

Anche a livello cittadino.

Ancora più chi ad ogni crisi di governo si appella a “governi tecnici” o al “meno peggio”, altrimenti arrivano i nazisti dell’Illinois…

Intanto ci si continua a porre al di sopra delle masse popolari, arrivando addirittura ad appellarsi ad una revisione del voto per ridurlo come un tempo a pochi “elettori illuminati”. 

D’altronde, se la risposta della “sinistra” di governo alla destra fatta da Lega e Fdi sarà Mario Draghi, siamo alla tragedia unita alla farsa. 

Col serissimo rischio di far passare la destra nostrana, per la prima volta nella storia, come portatrice di interessi delle classi popolari contro i poteri forti dei mercati finanziari rappresentati dalla “sinistra”. 

Al peggio non c’è mai fine!

A meno che non si riparta da zero e con un soggetto sociale ben individuato, capace realmente col tempo di rovesciare lo stato (penoso) di cose presenti e salvare davvero questo pianeta dalla catastrofe sociale e ambientale.