LAQUILA  – Si svolgerà il prossimo 3 ottobre a Pescara l’atteso direttivo regionale del Partito democratico: fisserà regole e cronoprogramma del congresso regionale che culminerà con l’elezione del successore di Silvio Paolucci, segretario regionale uscente e ora assessore regionale alla Sanità e Bilancio.

Se non ci saranno sorprese, il congresso si potrebbe concludere anche a metà novembre, il tempo minimo per procedere ai tesseramenti , scegliere all’interno dei circoli i candidati, che poi si misureranno nelle primarie aperte.

Motivo dello slittamento del congresso di oltre un mese, rispetto alla data del 5 ottobre, come pure era prescritto per l’Abruzzo dal regolamento nazionale,  c’è la guerra (pur smentita) interna al partito per il controllo della segreteria regionale, da cui dipendono anche le future canditure delle prossime scadenze elettorali.

A profilarsi all’orizzonte il braccio di ferro tra i fedelissimi del presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, e i candidati segretari graditi ad altre anime del partito e soprattutto ai renziani di Roma.

C’è però in mezzo anche la partita delle elezioni provinciali. E non a caso la direzione regionale dedicata al congresso è stata posticipata a dopo la compilazione delle liste provinciali.

Il 21 e 22 settembre andranno presentate le liste di candidati e delle candidature a presidente della Provincia presso l’ufficio elettorale, che dopo i controlli di rito andranno pubblicate entro il 4 ottobre.

Una situazione in movimento, dunque anche nel Pd, quella delle Provinciali “2.0”, da cui nasceranno enti di secondo livello dalle deleghe incerte, dove a votare saranno solo i sindaci e consiglieri comunali dei rispettivi territori provinciali, e dove a poter essere eletti, per un incarico prestigioso ma non retribuito, solo i sindaci (per il presidente il mandato non deve scadere prima di 18 mesi dalla data di svolgimento delle elezioni), i consiglieri e i presidenti provinciali uscenti. 

Le tre Province dove si vota, Chieti, Pescara e Teramo, sono però tutte in mano al centrodestra. E la partita, per il Pd, assumerà dunque una valenza politica non di secondo livello, anche per definire gli attuali equilibri di potere all’interno del partito da far pesare poi al congresso.