AVEZZANO – Il sindaco di Avezzano, Gianni Di Pangrazio, si è messo in aspettativa da dirigente della Provincia dell’Aquila e rinuncerà allo stipendio lordo di circa 140 mila euro l’anno per non incappare nell’incompatibilità sancita dal decreto legge anti-corruzione.
Nel frattempo, però, percepirà l’indennità da primo cittadino cui in precedenza aveva rinunciato.
L’annuncio arriva dal portavoce del sindaco.
Di Pangrazio bolla la norma come “incostituzionale e antidemocratica” perché “sbarra le porte dei municipi italiani ai manager pubblici, che poi sono quelli più esperti nella gestione amministrativa e ha generato un caos interpretativo sull’applicabilità”.
La decisione arriva al termine di un duro braccio di ferro tra lo stesso Di Pangrazio, a capo di una maggioranza di centrosinistra, e il coordinatore del Popolo della libertà, il deputato Filippo Piccone, nonché collega in quanto sindaco di Celano.
Era stato proprio Piccone a sollevare per primo la presunta incompatibilità, arrivando persino a scrivere al prefetto dell’Aquila, Francesco Alecci, per sollecitare un suo intervento, e chiedendo al Consiglio provinciale di esprimersi sulla situazione del “nemico” Di Pangrazio.
Per Di Pangrazio l’Italia è un “Paese senza certezza del diritto” e ha “ribadito comunque la legittimità e compatibilità del suo incarico di pubblico dipendente ricoperto in seno alla Provincia”.
“Questa legge, contorta e di difficile comprensione – aggiunge – limita l’esercizio democratico dei cittadini e sta ponendo centinaia di comuni italiani in grave difficoltà. Spero che il governo e il parlamento rimuovano subito questo attentato alla democrazia senza aspettare la pronuncia della Corte costituzionale”.
Nell’attesa di chiarimenti definitivi, “rispettoso del primario interesse pubblico”, il sindaco ha chiesto un breve periodo di aspettativa “per assolvere al mandato popolare e portare avanti la realizzazione del programma di mandato che sta cambiando volto, in meglio, alla nostra amata città”.
“Qualora perduri questa assurda applicazione del decreto, che calpesta chiaramente diritti inviolabili della persona sanciti dalla Costituzione e dalla consolidata e coerente giurisprudenza di livello costituzionale – annuncia – non resterà altra soluzione che far valer i propri diritti davanti alle competenti autorità giurisdizionali”.




