L’AQUILA – Le riprese termineranno a fine maggio a Praga, ma ora il set di “Anita B.”, il nuovo film di Roberto Faenza, coprodotto da Italia, Ungheria e Usa, girato in lingua inglese, tratto dal romanzo di Edith Bruck Quanta stella c’è nel cielo, è a Bolzano dove, come make up artist, c’è Francesca Tampieri, un’eccellenza italiana, fresca vincitrice, a Los Angeles, dell’Emmy Awards, l’oscar tv americano, per la serie western Hatfield and McCoys. E con lei, a ricreare le acconciature anni ‘40, c’è un aquilano, Alberico D’Alessandro.
Alberico racconta l’atmosfera del set, partendo dalle “morbide onde della capigliature”, per arrivare alla “coesione artistica di un cast internazionale”, tra cui spiccano i nomi di Robert Sheehan, Eline Powell, Nico Mirallegro, Antonio Cupo, Andrea Osvart, Jane Alexander, nonostante la delicata e difficile storia che il regista Faenza ha scelto di raccontare, quella di Anita, 16 anni, scappata da un orfanotrofio ungherese, la quale, per raggiungere la casa di Zia Monika, in Cecoslovacchia, viaggia con Eli, il giovane cognato che non fa mistero di provare una forte attrazione per lei.
Poi ci presenta, tra le grandi maestranze, questa volta tutte italiane, Francesca Tampieri, con cui ha avuto già l’opportunità di collaborare in diverse campagne pubblicitarie e di moda.
Giovane ma già con una lunga carriera di successi alle spalle, nel cinema, nella tv, nella moda, nella pubblicità, Francesca ha affiancato star quali Madonna, Anne Hathaway, Sharon Stone, Lady Gaga, le Destiny’s Child, Rihanna.
Tu che hai lavorato in prestigioso set negli Usa e in Europa, quant’è importante la cosiddetta armonia sul set?
È fondamentale. Adesso siamo qui con Roberto Faenza, siamo alla fine ormai. Siamo alla quinta settimana, ne abbiamo sei e lo respiri che tutto è molto fluido, molto unito: capacità visive che vanno nella stessa direzione. Per quanto concerne il rapporto con gli attori, ecco praticamente io il personaggio lo creo con loro, questo è ciò che ritengo l’aspetto più qualificante del mio lavoro.
Qual è il lavoro che fai con l’attore per preparare il personaggio?
Gli attori internazionali spesso usano un emotional note, così loro lo chiamano, che è questa sorta di libretto che scrivono mentre fanno lo spoglio del personaggio. Io ho quindi il piacere di lavorare con loro in questo senso, per andare a creare il personaggio, che può essere veramente la ruga in più, la ruga in meno, l’incavo della guancia in più o in meno, in modo tale che l’attrice, o l’attore, possa entrare nel ruolo, in inglese si dice “stepping in the character”. Tutto ciò per me è fonte di piacere, il fatto che un attore, o un’attrice, mi ringrazia perché gli ho aiutati con trucco e capelli a trovare il loro equilibrio interno. Ed è molto buffo perché vedi proprio che anche la postura cambia sulla sedia, e lo sguardo soprattutto; mentre si guardano allo specchio, entrano nel personaggio. Per me quello è goal!
A proposito, quando hai vinto l’Emmy, quanto è stato importante tirar fuori, non avendo un alto budget a disposizione, l’artigianalità del tuo mestiere, come tu stessa hai dichiarato?
Il riconoscimento, nel backstage, quando mi hanno fatto le interviste dopo aver ricevuto l’Emmy, è andato proprio a quello! Mi hanno chiesto come avevo capito il colore della terra da utilizzare per sporcare le mani. Semplice, c’è Internet, sono andata a cercare il colore della terra del West Virginia e del Kentucky… I colori, è rossa e marrone, il tipo di provenienza, che origine ha. Poi ancora mi hanno domandato come mi fosse venuto in mente di sporcare i denti in quel modo. Perché i denti di porcellana di Kevin Costner, tipici del XXI secolo non corrispondono esattamente a quelli dell’800. Ecco tutti sono rimasti molto impressionati dalla particolarità. E io mi ricordo sempre che un grande regista mi disse che nel cinema è il particolare che fa il generale. E io ho fatto tesoro di questa frase che mi ha sempre ripagata.
Cosa vuol dire attenzione al particolare nel make up?
Per esempio qui con Roberto, con Faenza, era sorto un problema, gli ho suggerito una soluzione. Negli anni ‘30 e ‘40 si usavano, si chiamavano “gli straccetti”, che erano queste pezzettine arrotolate, come vecchi bigodini che le donne usavano prima di andare a letto e che si tenevano tutta la notte in posa. Essendo gli straccetti di cotone, non pungevano, non facevano male. L’indomani, venivano sciolti e apparivano queste onde, più o meno fatte bene, più o meno alla moda, ma sicuramente avevano una silhouette che poteva essere del periodo. Insomma gli ho proposto di usare questi straccetti e lui è impazzito… A livello di immagine è molto di impatto così Roberto ha iniziato a mettere delle gran notti al posto di sere. Tutti questi piccoli particolari ti danno il sapore del perché lei il giorno dopo ha i capelli ondulati. Come si fa? Con la piastra? No, perché siamo nel ‘46. Con il ferro caldo? No, perché è una sopravvissuta di Auschwitz. La dignità che c’era in quel periodo, la dignità assoluta che regnava, soprattutto dopo la guerra, quella del riscatto sociale, del riscatto emotivo, del riscatto di essere grati del fatto che si è vivi dopo la morte che ti ha circondato per quattro, cinque, sei anni, emergeva in base alle proprie possibilità. Calcola che le donne, se non avevano i soldi per comprarsi il rossetto, usavano il succo di barbabietola per tingersi le labbra. Doveva essere dignitoso essere vivi e così ho tentato di far passare questo messaggio a Roberto, lui lo ha accolto e l’impronta di questo film è questa.
Qual’è il messaggio del film Anita B.?
Si è poveri, si è sopravvissuti a tutto quello che è successo durante la guerra, e subito dopo, ma con dignità. C’è in questo anche una forma di rispetto per i morti che hai seppellito, per te stesso che sei riuscito a sopravvivere, questo è il messaggio, nonché il ricordo più intenso e profondo che mi rimarrà di questo film.



