CHIETI – “Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un modo di fare politica volgare, qualunquista e esclusivamente strumentale come dimostrato dalle dichiarazioni del consigliere regionale Camillo D’Alessandro sulle e difficoltà economiche del Ciapi”.

Non usa mezzi termini l’assessore regionale Mauro Febbo in replica al capogruppo regionale del Partito democratico che lo ha chiamato in causa in merito alle vicende dell’ente di formazione teatino.

“E’ giusto ricordare – dice Febbo – che le nuove disposizioni di Legge stabiliscono che gli Enti pubblici e le Regioni non possono avere quote di partecipazione in società o enti in passivo (legge 78/2010 e Spending review). Il capogruppo del Pd a volte veste i panni del paladino della razionalizzazione e del controllo della spesa pubblica ed altre si erge a difensore dei lavoratori, ma dimentica come si è arrivati alle difficili situazioni di bilancio, leggasi ingenti debiti, che hanno investito quasi tutti gli enti partecipati dalla Regione Abruzzo soprattutto sotto le precedenti amministrazioni regionali”.

Per Febbo, dunque, se il centro di formazione regionale si trova in questa difficile situazione, la colpa è da ascrivere proprio a quella parte politica di cui D’Alessandro fa parte che, nel corso degli anni, avrebbe creato una ingente quota di debito pubblico pari, dice l’assessore, a “oltre 4 miliardi di euro che grazie alla nostra azione amministrativa sono stati ridotti a 2.124.000.000 euro”.

L’assessore regionale accusa il capogruppo del Pd di essere smemorato, avendo dimenticato come e grazie a chi è cresciuta la voce debitoria del Ciapi che, dati di Febbo, ammontava a oltre 3 milioni di euro. Il debito adesso è ulteriormente lievitato: “Secondo molti, – dice a riguardo Febbo – considerando contenziosi e altre situazioni, questa cifra dovrebbe aggirarsi intorno ai 6 milioni”.

L’assessore rassicura dicendo che, comunque, la salvaguardia dei posti di lavoro al Ciapi resta una priorità per l’Amministrazione regionale, sebbene occorra fare i conti con il rispetto delle leggi.